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pezze e bombe

by redazione — last modified 2010-05-25 16:58

lettera aperta di all'assemblea del Thouar-Gonzaga

avrei da dire un po' di cose sull'assemblea di ieri sera.
le avrei dette ieri sera se non fossi stato troppo cotto per mettere insieme un discorso che rischiava di sembrare ambiguo, con molti rischi di essere frainteso.
 
penso che quel poco che si stia facendo a sostegno della scuola, non sia mettere delle pezze alla scuola.
sia piuttosto mettere delle bombe.
 
ecco, ieri sera, avrei voluto dire, senza però spaventare nessuno, che questa scuola da noi genitori non ha bisogno di pezze, ma di bombe.

bombe di "ordinaria conflagrazione" sono per me le biblioteche messe su nelle scuole, l'appassionata "guardia" a tutto quello che succede nelle nostre scuole e in quelle dei dintorni milanesi e no, il darsi da fare di molti con l'autofinanziamento dei mercatini di fine anno, le settimane del libro che portano dentro le scuole la voglia di partecipare dei genitori e tutte quelle iniziative che riportano la scuola dentro i nostri quotidiani interessi...
 
ieri sera non è uscita, se non alla fine, di striscio, timidamente, la parola "occupazione".
alla parola, alle parole, credo si debba però associare il corpo. non ce lo insegna ora, purtroppo per noi, un maestro della liturgia del corpo come il nostro presidente del consiglio, nuovo re taumaturgo, proprio come i capetingi che guarivano i sudditi dalle pustole. ce lo insegna la storia, vecchia e recente: quando oltre trent'anni fa le famiglie, coi decreti delegati - oscura formula magica ormai incomprensibile ai più... - i genitori hanno iniziato a partecipare in qualche modo agli "affari" della scuola, i nostri genitori portarono fisicamente i loro corpi in quegli spazi che prima si pensava non gli appartenessero. da tempo, tranne rare occasioni - come quella di ieri sera, molto significativa per numeri e per qualità degli interventi - questo noi non lo facciamo più.
 
il modello sociale e antropologico che ormai da decenni si è affermato è un altro, soprattutto in questa povera e buia città che ha da tempo rinunciato a essere se stessa: sono le "cause di forza maggiore" (la lotta del e per il lavoro ridotta a forma di sopravvivenza, a un darwiniano struggle for life, che sa tanto di salto all'indietro di un secolo e più) che ci fanno assorbire quasi del tutto il nostro tempo e le nostre energie da dedicare al "particulare". e non ci possono stare più nella nostra giornata, ma prima ancora nella nostra testa, serate come quelle di ieri sera. che potrebbero diventare giornate, nottate se pensassimo che da questo, dal portare i nostri corpi, le nostre voci dentro la scuola, dipendono almeno in parte - tanto per dare un limite ai sogni che evocava un'emozionante loredana... - le sorti prossime dei nostri figli, e quindi del nostro paese di domani.
 
alle future generazioni stiamo già lasciando in eredità disastri sociali, economici e ambientali che sarebbero sufficienti a farcele dolorosamente e fin da ora rivoltare contro: vogliamo fare filotto anche con la svendita a poco prezzo delle istituzioni? sanità, giustizia, libertà di stampa e, finalmente, scuola?
in un paese normale basterebbe davvero dire: "Ma come? Io il mio contributo alla comunità lo dò ogni giorno facendo il mio lavoro e pagando le tasse. Questo è il mio compito."
mi sa però che questo non sia più da tempo un paese normale. e quando ce ne accorgeremo tutti, intendo in un numero sufficiente per non sembrare più un'avanguardia sparuta di seminatori di odio e paure - ecco, appunto, il partito dell'amore... - , il rischio è che sarà troppo tardi per non scivolare davvero davvero in qualche forma di dramma.
 
ora, in perfetta coerenza con la scissa esistenza di genitore milanese, incomincio la mia giornata di lavoro.
prima però volevo dire che se gli strumenti di dissenso, cui si faceva riferimento ieri sera in apertura di assemblea, prevedessero, oltre che sottoscrivere doverosissimi comunicati, di raccogliere firme, attaccare manifesti per la città, anche di portare i nostri corpi dentro la scuola nelle più varie forme - partecipazione e sostegno alle attività, cogestione, occupazione... - nonostante non sappia bene da che parte cominciare: sono della generazione che non ha fatto nemmeno in tempo a prender parte a quella pallida parvenza di movimento studentesco che fu la "pantera" a inizio anni '90 - io ci sono.
 

 

Gino Cervi