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Troppi DSA: ci vogliono meno specialisti e più interventi della scuola?

by Carlo Avossa last modified 2014-03-23 23:48

Le diagnosi di Disturbi Specifici dell'Apprendimento, in Italia, sono trentamila all'anno. Sono troppe? Si tratta di una malattia o no? Occorre demedicalizzare gli interventi a favore degli alunni che presentano DSA? E la scuola?

 

In Italia stanno aumentando le certificazioni di alunni con Disturbi Specifici dell'Apprendimento (DSA): una “famiglia” di disturbi che si manifestano nell'apprendimento della lettura (dislessia), della scrittura (disortografia e disgrafia), dell'operazione con i numeri (discalculia).

Ma si tratta di una malattia? Occorre che il problema venga affrontato più dal punto di vista medico-specialistico o scolastico?

 

 

Che cosa dice l'OMS

Per rispondere a queste domande, oggi molto attuali, occorre sapere che i Disturbi Specifici dell'Apprendimento sono classificati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità con il codice F81 (no, non sono aerei da guerra).

I codici usati dall'OMS sono quelli della classificazione ICD 10: International Classification of Diseases and Related Health Problems, ossia classificazione Internazionale delle malattie e dei problemi correlati; il numero 10 dice che è la decima volta che l'OMS rivede la classificazione.

La lettera F si riferisce a "Patologie mentali e del comportamento". Dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia, sono classificate con le sigle F81.1 e successive. Tuttavia, i DSA non sono definiti "malattie" dalla stessa OMS, bensì "Disturbi specifici dello sviluppo". C'è differenza tra malattia e disturbo o disordine: lo si capisce considerando il fatto che un bambino il quale manifesti prestazioni scolastiche atipiche, con interventi adeguati e mirati potrebbe non sviluppare affatto il Disturbo Specifico dell'Apprendimento, anche se ne manifesta alcuni caratteristici segni premonitori.

Insomma, un bambino con DSA non è malato: non più di un bambino che è miope e per leggere deve mettere gli occhiali.

Alla stessa maniera, infatti, anche un alunno con DSA, usando i mezzi adatti, può imparare come gli altri: usando gli audiolibri invece dei libri scritti, ad esempio; un programma di videoscrittura; una calcolatrice o altri mezzi e strumenti.

Sforzarlo a leggere, scrivere, calcolare come fanno gli altri non serve a niente, se non ad affaticarlo: allo stesso modo in cui non serve a niente sforzare un bambino miope a leggere senza occhiali.

 

Quantunque non esistano dati certi sulle cause del disturbo, si ritiene che esso derivi da un problema di organizzazione neurobiologica che compromette l'apprendimento di alcune fondamentali abilità scolastiche (lettura, scrittura, calcolo). Secondo l'Associazione Italiana Dislessia, questo disturbo è una "disfunzione nel funzionamento di alcuni gruppi di cellule deputate al riconoscimento delle lettere-parole e il loro significato".

Per diagnosticare il disturbo è necessario che si verifichino queste tre condizioni: funzionamento intellettivo nella norma, funzionamento scolastico deficitario, almeno due prove diagnostiche con valori sotto le due deviazioni standard. Solo personale qualificato (psicologi, neuropsichiatri) può fare diagnosi.

 

In Italia dopo la legge 170

Le fonti ospedaliere (per esempio, l'Ospedale Bambin Gesù di Roma) mostrano che circa il 4% della popolazione italiana, anche adulta, ha un DSA, che esso venga certificato o meno. Il che vuol dire che in ogni aula scolastica della penisola potrebbero essercene uno o due.

In Italia, nel 2010, è stata approvata la legge 170 sull'educazione e l'istruzione a scuola di alunni con DSA. La legge ha riconosciuto ufficialmente -ed era ora- l'esistenza del disturbo, disponendo che le scuole si attrezzassero per rispondere alle caratteristiche degli alunni che presentano dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia.

Ma il sistema sanitario nazionale, al quale molti genitori si sono allora rivolti per scoprire se le difficoltà scolastiche dei loro figli fossero dovute a questo disturbo, non è stato in grado di rispondere al boom di richieste seguito all'approvazione della legge 170. Le liste d'attesa dei Servizi Ospedalieri di Neuropsichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza sono diventate chilometriche, costringendo i genitori ad attese che possono arrivare a nove mesi o più. Ma prima si diagnostica il disturbo, meglio è; infatti aspettare troppo può compromettere seriamente il presente ed il futuro scolastico di un alunno.

Così, molti genitori sono ricorsi al settore privato; ed il privato è cresciuto di botto, in base alle leggi di mercato: rispondendo alla maggiore domanda con un boom di offerte.

In questa situazione, le diagnosi di DSA sono cresciute; secondo il Corriere della Sera, in Italia siamo arrivati al 5% della popolazione scolastica. La cifra contrasta con il 4% di incidenza statistica: c'è un 1% di alunni certificati che non sarebbero dovuti esserlo. Cioè, oggi, ogni cinque bambini a cui è stato diagnosticato un DSA, uno ha una diagnosi sbagliata. Grosso modo trecento alunni in Italia. E questo non può essere considerato né giusto, né logico, né tanto meno vantaggioso, nemmeno per gli alunni interessati. Tuttavia, vista la situazione, la cosa non dovrebbe suscitare stupore.

 

 

Che cosa fanno -o dovrebbero fare- le scuole

Le scuole, di fronte al fenomeno, sono chiamate a rispondere adeguando il metodo didattico; ma non sempre riescono, strangolate dall'ammanco di personale, attrezzature, finanziamenti.

Gli impegni che la scuola deve prendere, in virtù della legge 170, sono: la redazione di un Piano didattico personalizzato per ogni alunno DSA, l'individuazione di misure dispensative e di strumenti compensativi. Ma farlo non è uno scherzo. Per ciascuna di queste azioni sono necessarie risorse: formazione appropriata dei docenti, tempo in più che gli insegnanti devono dedicare agli incontri con le famiglie e gli specialisti, riflessione collegiale per redigere un Piano personalizzato che non sia solo un pezzo di carta, ideazione di una didattica alternativa a quella tradizionale, attrezzature tecnologiche a scuola e a casa. Tutto questo, nella scuola italiana colpita da sei anni di tagli, è diventato molto difficile.

Nello sforzo di non trascurare la cosa, anche in forza della legge 170, gli insegnanti, preoccupati, segnalano, innanzitutto ai genitori, numerosi casi sospetti, una gran parte dei quali è un falso positivo, cioè manifesta difficoltà che non sono ascrivibili a un DSA.

 

 

E allora, che si fa degli alunni con DSA?

Un team di ricercatori inglesi, di fronte al loro 8% di incidenza dei DSA, ha addirittura proposto di "abolire la parola dislessia", accusando una eccessiva medicalizzazione delle difficoltà scolastiche. Ovviamente si tratta di una provocazione voluta per mostrare che, tra nuovi casi che via via vengono scoperti e diagnosi disinvolte, si rischia di creare un'etichetta inutile.

E' chiaro a tutti che non si può abolire un disturbo cancellandone il nome, soprattutto se fa parte della classificazione ICD 10 dell'OMS. Ma come farvi fronte serenamente?

Servirebbe un intervento centrale dello Stato italiano: un sistema sanitario che risponda in tempi ragionevoli alle giuste esigenze delle famiglie e dei bambini ridurrebbe il fenomeno delle diagnosi facili a pagamento.

Ma servirebbe anche una boccata d'ossigeno alle scuole, in termini di risorse e personale; servirebbe anche superare errori grossolani causati dal desiderio ministeriale di “fare le nozze con i fichi secchi”, cioè decidere che le scuole, semplicemente, devono fare tutto, e a costo zero, anche quello che dovrebbero fare gli specialisti. In nome della demedicalizzazione.

E' il caso dei BES (Bisogni Educativi Speciali), l'idea secondo la quale la scuola deve diagnosticare e considerare nel loro insieme tutti gli alunni in difficoltà (DSA, ma anche disabili, stranieri, eccetera), stabilire strategie ed intervenire appropriatamente.

Va bene demedicalizzare l'approccio alle difficoltà scolastiche, ma semplificazioni come quelle dei BES non vanno certo a favore degli alunni con DSA.

Una diagnosi di Disturbo Specifico dell'Apprendimento ci vuole e deve farla lo specialista, non la scuola. I DSA sono sempre nella classificazione ICD 10, codice F81. Forse i fautori dei BES non se lo ricordano.

La demedicalizzazione a costo zero rischia di creare solo apprendisti stregoni a scuola.

E per scongiurare una giungla di allegri diagnosti privati servirebbe rinforzare i servizi ospedalieri, non indebolirli, come sta succedendo adesso: solo per fare un esempio, si sa di una Unità Ospedaliera del Nord Italia in cui una valente dottoressa che si occupa di DSA è costretta, dalla mancanza di un capo servizio, a svolgere anche quella mansione, sottraendo tempo al lavoro di valutazione neuropsichiatrica.

 

Invece con diagnosi tempestive, serie e ben fatte, e mettendo la scuola in condizione di poter approntare la didattica specifica, la vita degli alunni DSA potrà solo migliorare. Il problema non è medicalizzare o demedicalizzare: è investire le risorse che ci vogliono e permettere a ciascuno di fare il proprio lavoro.