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Invalsi e meritocrazia: mantenere ciò che non va e cancellare ciò che è importante

by C.A. — last modified 2014-03-02 15:30

Usare i risultati Invalsi per premialità e meritocrazia è ingiusto, sbagliato e manterrà il sistema così com'è. Altro che innovazione. La scuola non migliorerà certo con questa ricetta.

I risultati dei test Invalsi verranno probabilmente usati dal ministro Giannini per premiare i docenti che avranno conseguito i risultati migliori e quindi penalizzare quelli che avranno avuto quelli peggiori.

Tralasciamo tutte le considerazioni riguardanti la fondatezza, l'opportunità e l'attendibilità dei test e facciamo conto per un attimo che i risultati siano fondati e che disegnino esattamente il quadro di una situazione didattica (il che in realtà non è).

Innanzitutto bisognerebbe provare che esiste un rapporto di causa-effetto tra risultati ed insegnamento. E la cosa non è facile perché il risultato di una prova dipende da diverse variabili: l'insegnamento non è che una sola di esse. Lo stesso insegnante, impiegato in contesti diversi, produce risultati diversi.

Ma ammettiamo che l'Invalsi sia capace di considerare tutte le variabili riguardanti l'alunno, nonché di contesto scolastico, familiare, ambientale e “depurare” da esse il risultato. In questo ipotetico caso (che in realtà non è) avremmo un dato che esprime esattamente l'efficacia di un docente.

Quali sarebbero le conseguenze se questo risultato venisse utilizzato per costituire un sistema premiale?

Il sistema di premi e punizioni si rifà ad un aspetto centrale della psicologia comportamentista: il paradigma stimolo-risposta. Secondo questo modello, se io do ad una persona un premio quando questa mette in atto un comportamento che desidero, o una punizione quando fa quello che non desidero, modellerò il suo comportamento secondo i miei desideri.

Ebbene, questo modello è entrato in crisi molti anni fa. E' provato dalle scienze della formazione: le persone, con il sistema premiale, seguono una motivazione estrinseca e quando cessa il premio, cessa il comportamento atteso. Cioè le persone in questo caso non agiscono per lo scopo del lavoro che devono svolgere, ma tendono a farlo per ottenere il premio. E l'efficacia delle punizioni è anche inferiore. Viceversa, quella che funziona a lungo e con efficacia è la motivazione intrinseca: solo se una persona “vuole dentro di sé” comportarsi in un certo modo, il comportamento sarà stabile ed orientato.

Inoltre, la premialità pone un problema etico e politico. E' evidente, a questo punto, che la premialità e la meritocrazia tendono a mantenere stabili (male) alcuni comportamenti attesi. Ma attesi da chi?

A monte della meritocrazia c'è sempre un'autorità costituita, che tende a conformare a sé stessa coloro che sono sottoposti. Questo significa che la meritocrazia serve a mantenere lo status quo. Ha una funzione cristallizzante. Mantiene le differenze e le incoraggia, stratifica; non fa crescere nessuno.

La scuola, invece, non avrebbe bisogno di rinnovarsi?

E per giunta da dove provengono le direttive a cui il docente dovrebbe conformarsi? L'Invalsi non è il MIUR, non è sottoposta ad un controllo democratico, non è sottoposta al Parlamento. Prende le idee dall'OCSE, che è un organismo sovranazionale. Abbiamo rinunziato ad un altro pezzo di sovranità? E' tutto giusto quello che decide per noi l'OCSE?

 

Ma, per scendere più sul terreno pratico, le conseguenze più immediate e dirette dell'utilizzo dei risultati Invalsi per costruire la meritocrazia saranno queste:

- i docenti faranno molto più “teaching to test”: viene chiamata così la pratica di far esercitare gli alunni su manualetti ideati per le prove Invalsi. Questo è inutile ai fini formativi. Con il teaching to test gli alunni non costruiscono competenze.

- nello stesso Istituto i docenti saranno divisi in premiati e puniti, buoni e cattivi. La cosa non gioverà alla collegialità docente, scenderà la collaborazione, i premiati saranno sempre “buoni” (fino a che avranno il premio, poi se ne fregheranno) e i puniti sempre “cattivi”. La situazione si cristallizzerà.

- le risorse finanziarie non verranno usate per migliorare i punti deboli dell'Istituto o per far crescere gli insegnanti “cattivi”, ma per premiare i migliori. La qualità di una scuola con problemi non crescerà, siamo all'omeostasi del sistema.

- in Italia si creeranno scuole di serie A e scuole di serie B; le prime saranno quelle con i risultati migliori, le seconde quelle con i risultati peggiori. Con buona pace dei princìpi costituzionali in virtù dei quali la scuola deve garantire a tutti lo stesso diritto.

 

La scuola pubblica italiana, reduce da quasi un decennio di maltrattamenti, non ha bisogno di questa medicina.

Ha bisogno di un'altra ricetta.

Occorre rilanciare la collegialità, la formazione dei docenti, la loro motivazione.

Non è possibile pensare che la motivazione sia solo nel danaro o nel potere. La scuola migliorerà solo con la motivazione intrinseca dei docenti. Giannini si chieda allora come costruire la motivazione.

Non lo si fa certo come hanno fatto per lunghi anni i governi precedenti, che hanno trattato i docenti sempre come parassiti, inutili disonesti, feccia della società. Occorre un riconoscimento sociale, una riabilitazione da radicare nella cultura del Paese.

Gli insegnanti devono poter avere un contratto di lavoro che riconosca il loro lavoro. Il contratto deve derivare da una contrattazione democratica. I docenti devono poter esprimersi in merito.

La cattiva considerazione dei docenti è legata ai tagli terrificanti che la scuola ha subìto. Infatti, perché spendere soldi per qualcosa di inutile e dannoso?

Invece la scuola deve diventare, o ritornare ad essere, il luogo in cui la comunità pensa sé stessa, cresce, si educa. Deve diventare o tornare ad essere ciò per cui il Paese investe.

Gli Istituti devono tornare ad avere il denaro per poter progettare, investire, innovare le pratiche didattiche. Occorre restituire il Fondo d'Istituto alle scuole. Occorre pensare ad un piano pluriennale di formazione, perché non si può fare scuola come cinquant'anni fa.

Occorre pensare ad un piano di valutazione formativa e di sistema di ogni scuola, perché ogni Istituto scorga i propri punti deboli e lavori per migliorarsi.

Serve una relazione stretta con i genitori, alleati nel compito educativo, che devono poter partecipare realmente al governo dell'istituzione scolastica.

 

Non è vero, come affermano in troppi, che il futuro del Paese si gioca sulla contraddizione tra conservazione e innovazione, semplicemente perché purtroppo è possibile anche innovare mandando a gambe all'aria tutto quello che è importante per il futuro del nostro Paese.

Occorre conservare ciò che è importante e innovare ciò che non funziona.

E questo è il contrario di quel che pensa di fare il ministro Stefania Giannini.