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Valutazione studenti: meglio i voti o le medaglie? Bocciatura pratica antipedagogica

by Eleonora Fortunato — last modified 2014-03-16 11:17

Intervista a Luisa Piarulli, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani

Ridurre il processo di valutazione al mero voto numerico è una pratica che sembra sempre più inadeguata in una scuola che mette l’intento formativo prima di quello selettivo. Così nascono esperienze alternative, come Mimerito sostenuto dal Miur, che ‘premia’ i ragazzi con medaglie e distintivi vari (dalle stelle agli scudetti). Ma anche queste pratiche che sfruttano il modello del “rinforzo” positivo molto diffuso nei paesi anglosassoni nascondono qualche insidia, poiché per esempio incoraggiano esibizionismo e ed egocentrismo, come ci ha sottolineato Luisa Piarulli, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani.

Nella scuola delle competenze, nella scuola dell’inclusione, nella scuola che forma i cittadini ha ancora senso dare i voti?

“Il sistema scolastico italiano ha una lunga storia in fatto di valutazione degli alunni e sottolineo “degli alunni”, espressione scorretta; nel linguaggio quotidiano andrebbe utilizzata la formula “valutazione degli apprendimenti”, che prevede la capacità di un'accurata analisi multifattoriale. Penso che il voto non sia in grado di documentare in forma autentica il percorso formativo degli alunni. Oggi abbiamo una molteplicità di situazioni: alunni stranieri, con DSA, con Bes (bisogni educativi speciali): a ciascuno di essi va tutelato e garantito il diritto ad imparare, nel rispetto della personalità, della cultura, dei bisogni emergenti. Mi si dirà che si può prevedere un Piano didattico personalizzato per costoro! Tuttavia esperienza e osservazione mi dicono che un PDP rischia di tramutarsi solo in un'arida pratica burocratica”.

Una valutazione espressa in voti numerici o in giudizi può essere uno strumento formativo? Nel dibattito pedagogico, quale orientamento prevale?

“La valutazione docimologica ha carattere monodimensionale e ricordiamo che la L. 517/77 non a caso l'aveva abolita; un acceso dibattito aveva percorso quegli anni e studiosi ed esperti di vario genere si erano confrontati animatamente, sottolineando l'aridità del voto numerico e peggio ancora delle medie aritmetiche, che non dava sufficiente dignità a un percorso apprenditivo che non si regola sulla quantità di nozioni più o meno apprese, bensì sulla qualità di quanto appreso (“Meglio una testa ben fatta che una testa ben piena!”). Un senso può avere la valutazione in giudizi quando questa è svolta a livello collegiale, quando tiene conto dell'intero curricolo dell'alunna/o, quando rispetta i tempi di apprendimento, quando tiene in dovuta considerazione le complessità emotive, sociali, cognitive e culturali dell'individuo. Lo scenario attuale sembra controverso in proposito e rispecchia uno stato di disagio complessivo dei docenti sui piani del riconoscimento intellettuale, del disorientamento creato da un vertiginoso sviluppo tecnologico che riempie le classi di “nativi digitali” e che contrasta con la permanenza di una didattica fondamentalmente inadeguata. Il D.M. n°9 del 27.01.2010 introduce l'obbligo della certificazione delle competenze ovvero il sapersi orientare autonomamente e individuare strategie per la soluzione dei problemi in contesti reali o verosimili; la legge risponde effettivamente al bisogno di una valutazione diversa. Tuttavia nelle scuole si registra una gran confusione a partire dall'ambito semantico: la competenza rischia di essere intesa come conoscenza. Ancora una volta si dimentica che si valuta per educare (Zavalloni)”.

Come giudica il ritorno ai voti in decimi anche nella scuola primaria? Esiste una differenza dal punto di vista pedagogico tra numero e giudizio?

“Personalmente giudico il ritorno ai voti in decimi assolutamente negativo. Nella scuola primaria i bambini vanno educati ovvero accompagnati nel percorso di crescita nell'ottica dell'empowerment, quindi nel far emergere “quel tesoro nascosto che non c'è in nessun altro”. La scuola primaria deve saper e poter fecondare creatività, fantasia, proporre una didattica per problemi; il problem solving si rivela una strategia utile per la vita stessa! Essa deve lasciar spazio alla parola, alla narrazione, al racconto, deve contribuire a formare, ovvero a dar forma a un soggetto che vive l'avventura della crescita. Dal punto di vista pedagogico l'approccio ermeneutico-qualitativo è vincente. In tale ottica il voto in decimi rischia di tarpare le ali, anche perché la soggettività può inficiare l'oggettività. Il giudizio, ripeto, se formulato collegialmente e se non è fondato solo su una serie di meri compiti ed esercizi da valutare, può rappresentare un momento di feedback positivo tra attività d'insegnamento e risultato raggiunto. Ciò implica la disponibilità all'autovalutazione da parte del docente ma anche dell'alunno e, perché no, diepoché, concetto della fenomenologia husserliano, che mira a sospendere il giudizio su cose e persone per avere modo di considerarle senza pregiudizi. Vorrei far notare ancora che ogni pratica può essere valutabile se si dà la possibilità agli allievi di “fare esperienza” prima di tutto! La valutazione è solo un mezzo per guidare il percorso formativo”.

La valutazione in generale, espressa in numeri o in giudizi, ha un fine essenzialmente selettivo. Pensa che sistemi alternativi come medaglie o distintivi (per esempio il progetto Mimerito promosso dall’associazione culturale Rinnovamenti ma sostenuto anche dal Miur) possano stimolare gli allievi a dare il meglio di sé non solo in termini di rendimento scolastico, ma anche nello sviluppo di qualità caratteriali come la buona condotta, l'impegno, la socialità, la buona volontà e lo spirito di iniziativa?

“Certo, la valutazione ha purtroppo uno scopo fondamentalmente selettivo perché solo in pochi casi scuole e docenti hanno avviato un processo di valutazione degli apprendimenti consapevole, etico e scientifico. Medaglie e distintivi direi che ci riportano a logiche di un passato lontano; se nelle intenzioni del legislatore c'è lo scopo di creare stimoli e motivare allo studio, dall'altra parte si rischia di incoraggiare il fenomeno sociale così diffuso di spettacolarizzazione ed esibizionismo, agevolato a volte da fenomeni di stereotipia o di effetto alone, nonché incoraggiato da adulti caratterizzati da un forte ego. I presupposti dell'Educazione vanno ben oltre: scoprire le attitudini e le potenzialità di ciascuno, valorizzarle, educare alla relazione e alla buona comunicazione. Il premio in termini di concessione di crediti, borse di studio, buoni per l'acquisto di libri, possono svolgere una funzione di riconoscimento di risultati raggiunti e condivisi collegialmente”.

Se si parla di voti è inevitabile parlare anche di promozioni e bocciature. Il ministro dell'istruzione austriaco Claudia Schmied ha annunciato di voler abolire la bocciatura già dal prossimo anno, motivando la scelta nell’ambito di un più ampio progetto di riforma della scuola. Lei cosa ne pensa? La bocciatura ha un valore formativo?

“Io penso che la bocciatura nella scuola primaria e secondaria di primo grado sia una pratica antipedagogica in quanto gli obiettivi del curricolo dovrebbero “essere spalmati” nel corso di questi anni, periodo di intense trasformazioni fisiche e psicologiche, in contesti intrafamiliari sempre più complessi. Riscoprire una pedagogia del tempo, dell'ascolto, del pensare e pensarsi è urgente, a fronte dei numerosissimi episodi di disagio adolescenziale (bullismo, cyberbullismo, dipendenze di vario genere...). Occorrerebbe un sistema scolastico capace di garantire attività di laboratorio per il recupero o per l'approfondimento (si tutelerebbero anche le eccellenze) in orario scolastico ed extrascolastico: una buona pratica pedagogica. La valutazione, ricordiamo, deve rappresentare un processo e perciò avere carattere di continuità.

Nell'attesa di modifiche strutturali sostanziali anche in Italia (come si prospetta in Austria), per ciò che riguarda la scuola secondaria di secondo grado, la bocciatura non deve rappresentare MAI una scelta superficiale e frettolosa (come spesso avviene): essa va mediata e condivisa con l'alunno e la famiglia in un'ottica di corresponsabilità educativa. Devono essere chiare le motivazioni e va sottolineato che ripetere un anno può offrire la possibilità di fortificare gli apprendimenti e prendersi tempo. L'alunno e la famiglia vanno accompagnati da un pedagogista. Solo ed esclusivamente in questi termini la bocciatura potrebbe assumere un valore formativo e orientativo eventualmente, ma sono scettica a riguardo! I numeri sulla dispersione scolastica ce lo rammentano. Credo ci sia ancora molto da fare sul piano della formazione pedagogica dei docenti, spesso preparatissimi nel proprio ambito disciplinare, ma scarsamente a conoscenza delle dinamiche evolutive”.

La competizione tra gli studenti è un valore che la scuola deve promuovere? O sono più importanti la collaborazione, la condivisione, il lavoro di squadra?

“La scuola è prima di tutto luogo di formazione. È l'ambiente educativo per eccellenza dopo la famiglia. La società attuale incoraggia già abbastanza modelli di competitività insana, veicolata dagli stessi adulti in forme variegate. La scuola deve andare oltre, essa, semmai deve educare a gestire le dinamiche complesse della competitività! La pratica della peer education è straordinaria in tal senso, la “scuola dei compiti” o l'istituzione di “banche del tempo” nella scuola, dove ci si aiuta, dove tutti possono viversi protagonisti, rappresentano modelli pedagogici positivi. Io aiuto te, tu aiuti me! È il principio buberiano dell'incontro dialogico! Chi lo può insegnare se non la scuola?

Non nego certo che piccole gare, tornei, o similari, se ben mediati dagli adulti, possano rappresentare momenti di piacevole gioco di squadra, scambio, divertimento, stimolo e motivazione a far meglio, ma anche a misurarsi con l'acquisizione e il rispetto delle regole. Tuttavia ancora una volta l'adulto ha un ruolo determinante, un adulto autorevole sul quale fare affidamento, comprensivo ma non permissivo. I nostri giovani tendono sempre la mano, ma non la mostrano, desiderano sfidare e misurare l'adulto, ma chiedono - a volte un disperato urlo che nessuno ascolta - che venga loro tesa una mano”.