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SONO UN INSEGNANTE E VOGLIO LA VALUTAZIONE

by Carlo Avossa last modified 2014-02-25 09:52

 

Dicono che mi ribello all'idea della valutazione. Mentono.

Io voglio che il mio lavoro venga valutato. Perché è impossibile fare l'insegnante senza dare un significato a ciò che si fa: valutare vuol dire dare valore e senso a ciò che si osserva.

Voglio che la valutazione sia formativa: la valutazione non deve essere un verdetto, perché non si valuta la persona, ma il lavoro che si fa, il gesto che si compie.

Voglio che la valutazione mi serva per crescere e imparare. Voglio imparare dai miei stessi errori.

Voglio che ogni valutazione ripudi la connessione con premi e punizioni, perché questo non è formativo. Punire non evita l'errore e premiare non incoraggia prestazioni né comportamenti attesi; anzi, come insegnano le scienze della formazione, la premialità allontana la probabilità che un individuo sia intrinsecamente motivato a compiere determinati gesti.

Per questo voglio che la valutazione non sia meritocrazia. La meritocrazia non favorisce la crescita ed il cambiamento: è sempre lo strumento attraverso il quale un potere costituito tende a mantenere se stesso o lo status quo delle idee; è lo strumento che scoraggia lo spirito critico. E la scuola è anche questo: insegnare ed imparare ad esercitare il pensiero.

Non voglio che venga valutato solo il mio lavoro: perché la valutazione non sia inservibile e farlocca, devono essere valutati anche il processo attraverso il quale sono arrivato a certe conclusioni, le condizioni nelle quali ho operato, i punti dai quali sono partito. Voglio che chi mi valuta conosca e consideri tutti questi elementi.

Non voglio essere valutato con i numeri: la valutazione non deve essere confusa con con la misurazione e deve contenere aspetti qualitativi.

E non voglio essere truffato con una mitica, positivistica pretesa “oggettività” della valutazione perché una valutazione è relativa: si riferisce sempre ad un contesto di norme e valori; e questi a loro volta si riferiscono sempre ad un gruppo, ad un collettività.

Per questo voglio che la valutazione del mio lavoro sia un gesto collettivo, essa deve essere intersoggettiva, affinché non sia arbitrio.

Voglio essere coinvolto nella valutazione, perché l'autovalutazione è l'elemento metacognitivo che fa crescere e trasforma: ed io voglio poter ripartire, dalla valutazione, per un nuovo percorso.

Voglio che anche chi mi valuta si senta implicato nel processo di valutazione e che tutto questo serva a fare una valutazione del sistema scuola.

Ecco come voglio che sia valutato ciò che faccio.

Dimenticavo: voglio che anche la valutazione di ciò che fanno gli alunni sia esattamente questa.