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Non entro nel merito

by Rosaria Gasparro — last modified 2014-05-29 16:24

E’ una de-formazione professionale, la mia. Lo riconosco. Va in un’altra direzione. I ministri passano, i loro errori restano. E a noi insegnanti tocca non perdere il senso durante e dopo le grandi manovre. La mia de-formazione mi obbliga a una speciale fedeltà. La fedeltà ai bambini. A tutti, nessuno escluso. Ed è in ragione di questa fedeltà che rifiuto il merito.

Non lo voglio per la dimensione antisociale che lo connota. Perché pretende di valutare e premiare qualcuno a scapito di altri. Qualcuno che vale, che eccelle, “l’aristocrazia dell’ingegno”, a scapito di altri che restano esclusi , nel limbo sociale che l’indice di Gini indica come disuguaglianze in crescita. Perché qualcuno deve ancora convincermi che l’ ideologia del merito, declinata con il reddito e con le condizioni diseguali di partenza, con il caso con cui veniamo al mondo, renderà il mondo migliore, più ricco e più giusto.

Il merito sa da che parte stare

Il merito non è una parola né un valore neutro: è facilmente connotato socialmente. Sa da che parte stare. La vita di ognuno è fortemente influenzata dalle contingenze familiari, economiche, culturali di provenienza. Quel che saremo viene da lì. Gli ostacoli non sono ancora rimossi.

Il merito diseduca incoraggiando una sola forma d’intelligenza, quella misurabile e utilitaristica. Quali parametri potranno mai indicare e riconoscere la complessità dell’essere umano, tutto l’immateriale e lo sfuggente che ci abita?

Il merito e il legame con la ricompensa manipolano e inquinano le relazioni, privilegiando un pensiero omologante e servile nei confronti del potere e del suo arbitrio. Perciò il merito pone problemi morali e si candida a una nuova forma di classismo.

La scuola, come la vita, non è una gara

Non entro nel merito per senso di responsabilità. Perché non posso accettare l’idea di scuola e di vita come una gara, uno contro l’altro, in competizione, per arrivare primi sul podio di ridicole medagliette. Per non snaturare la percezione e la consapevolezza di sé, di adoperarsi per fare meglio degli altri. E condannarsi a momentanee e drogate forme di appagamento che, passato l’effetto, portano dritto alla solitudine. Un’altra forma di esclusione.

Tra i maestri è ancora possibile trovare qualche visionario, capace di coltivare una visione comunitaria in cui educarsi insieme, cooperare, crescere nella fiducia, cercando di aiutare ognuno – bambini ed insegnanti compresi – a dare la migliore forma possibile alla propria mente e al proprio cuore.

Per questo resto fedele a una pedagogia dal basso, inattuale, dal valore non negoziabile, che prende posizione a favore dei figli di tutti, capaci e non, ricchi e poveri, perché l’operaio e anche l’immigrato possono volere il figlio dottore. Di sicuro li vogliono felici.