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MERITO, MERITOCRAZIA, MOTIVAZIONE

by Carlo Avossa last modified 2009-09-09 09:18

Uno sguardo pedagogico sull'idea di meritocrazia

In una recente intervista concessa al periodico Tuttoscuola, la ministra Maria Stella Gelmini ha dichiarato, tra l’altro, che intende introdurre nella scuola merito e meritocrazia, sia per quanto riguarda i docenti, sia per quanto riguarda gli alunni.

La Gelmini afferma anche che attraverso questa strada la qualità della scuola migliorerà.

Suoi collaboratori e consiglieri come Giorgio Israel si sono trasformati in assidui collaboratori di riviste e quotidiani per sostenere con argomenti diversi, un giorno sì ed uno no, la tesi della meritocrazia.

Occorre, se vogliamo affrontare il problema, esaminare il significato della parola "merito".

 

Essa deriva dal latino mereo che significa meritare, acquisire, guadagnare. Ed infatti "merito" è per il vocabolario l’acquisizione di requisiti validi per l’attribuzione di un trattamento. In realtà è una classica vox media, ma nell’uso comune ha assunto connotati esclusivamente positivi: il merito è perciò considerabile come ottenimento del requisito che porta un individuo a guadagnare una ricompensa.

 

Insomma, legato al merito è il concetto che la scuola si salverà solo se daremo la giusta ricompensa ai "meritevoli", siano essi docenti o alunni.

Secondo le parole della ministra, ma anche dei suoi collaboratori e dell’ideologia liberista che li anima, la ricompensa è legata ai risultati. Quindi il teorema è: premiare chi raggiunge i risultati migliorerà la scuola.

Pur cercando di non offendere la sensibilità del professor Israel, che è aspro nemico della pedagogia e, pur non conoscendola, vorrebbe abolirla o disattivarla, è necessario ricorrere a categorie di questa scienza, se si vuole comprendere il valore ed il significato del teorema applicato alla scuola.

L’idea della ricompensa è strettamente connessa allo schema comportamentista: nella prima metà del secolo scorso si diffuse il paradigma dello schema stimolo-risposta per spiegare (anche) l’apprendimento umano. Vale a dire, semplificando, che gli studiosi furono convinti che un adeguato sistema di premi e punizioni (stimoli, rinforzi) era ciò che permetteva agli individui di imparare.

Questo paradigma entrò in crisi presto e gli studiosi si convinsero che l’apprendimento non avveniva in quel modo. Dallo stesso comportamentismo nacquero filoni di pensiero che lo negarono, provando che si possono studiare i meccanismi con i quali la mente umana processa le informazioni ed elabora le conoscenze; studiandoli, si giunse alla conclusione che si può influire sul modo in cui gli individui imparano.

Con buona pace di Israel e Gelmini (la quale magari non avrà mai avuto cognizione di questi banali elementi scientifici; desta invece stupore l’impressione che Israel non ne abbia contezza), gli studiosi sono oggi convinti che l’apprendimento umano non avviene semplicemente secondo lo schema stimolo-risposta. Piuttosto, in ambiente scientifico non c’è chi possa negare che la costruzione della conoscenza di un individuo è opera dell’individuo stesso, avviene in un contesto sociale, si basa sui meccanismi della motivazione.

Già solo arrivati a questo punto, il teorema vacilla. Un sistema di ricompense è ipso facto anche un sistema di premi e punzioni. Ed un sistema di premi e punizioni sarà buono per addestrare piccioni, non per permettere la co-costruzione del sapere.

Perciò anche l’idea che il cinque in condotta (la punizione) possa risolvere i problemi dei comportamenti indesiderati degli alunni è destituita di fondamento scientifico.

 

"Migliorare i livelli di apprendimento degli alunni": questo è uno dei risultati che la ministra, giustamente, vorrebbe per la scuola italiana; per ottenere questo risultato servirebbe, secondo lei, la meritocrazia.

In questo caso la meritocrazia agirebbe su due livelli: quello degli alunni, che si vedrebbero premiati raggiungendo livelli di apprendimento alti e quello dei docenti, che sarebbero premiati quando fanno sì che i loro alunni li raggiungano.

Il che significa anche punire l’alunno che non raggiunge l’apprendimento richiesto ed il docente che non glie lo fa raggiungere. La punizione è, perlomeno, il mancato ottenimento dei vantaggi destinati ai "meritevoli".

 

Sorge spontanea la domanda: chi è davvero convinto che in una classe di scuola primaria o di liceo questo meccanismo possa funzionare?

Sono molti gli elementi che provano che non funziona. Il "diverso trattamento meritato" per gli alunni che raggiungono livelli di apprendimento alti esistono già (per esempio, il riconoscimento sociale), ma questo non ha causato un aumento del loro numero. Le punizioni, che esistono già, per gli alunni che mettono in atto il comportamento indesiderato, hanno diminuito la sua ricorrenza?

La risposta è no, ovviamente. Il sistema non funziona.

Nello specifico, la punizione di un comportamento indesiderato "dice" quello che non si deve fare ma non orienta, non "dice" quello che si deve fare. Per insegnarlo occorrono altri mezzi che non siano la mera punizione o anche il disincentivo (stimolo aversivo, nella terminologia comportamentista). Insomma, il sistema formativo non funziona come un sistema economico.

Per fortuna.

Se vogliamo, un problema della scuola è proprio non essere riuscita ad abbandonare un paradigma culturale che non ha permesso di realizzare la sua funzione: avvitarsi in un ritorno al passato comportamentista nel mutato mondo del XXI secolo sarebbe pernicioso.

Per i docenti, il diverso trattamento meritato per i "risultati" ottenuti sarebbe, secondo le intenzioni della ministra e dei suoi consiglieri, una posizione di (maggior) potere all’interno del luogo di lavoro ed un migliore trattamento economico dei "non meritevoli".

Anche qui occorre formulare la medesima domanda: chi può realmente credere che questo migliorerà la scuola?

L’introduzione della "meritocrazia" gelminiana causerebbe l’abbandono della collegialità docente; in conseguenza si creerebbe, in ogni Istituto, una categoria di docenti collocati un gradino più in alto degli altri loro colleghi; i docenti collocati un gradino più in basso verrebbero deresponsabilizzati rispetto al loro compito, che, però, rimarrebbe delicato ed importante, almeno quanto quello dei docenti "premiati"; il premio in denaro, di fronte all’uguale complessità del lavoro, sarebbe un’ingiustizia.

Ma soprattutto: chi decide chi sono i docenti meritevoli? Sulla base di quali criteri? Questo è un altro dei nodi della questione ed è stato toccato dalla ministra. Ella afferma che occorre, per trovare chi debba essere premiato, un sistema di valutazione oggettivo e trasparente dell’operato dei docenti.

 

Questo ci porta alla questione delle "prove oggettive". Per decidere quali siano i risultati, vuoi dei docenti, vuoi degli alunni, occorre basarsi su dati. Ma quali sono i dati, come li si raccoglie, come vengono processati, chi li raccoglie?

 

Albert Einstein affermava: "quello che si può osservare dipende sempre da una teoria"; ed aveva ragione. Lo sguardo dell’osservatore scientifico si punta sull’elemento che gli serve a suffragare -o smentire- un’ipotesi. Ma si parte sempre da un’ipotesi, ed un’ipotesi dipende da una teoria. Da quale teoria partirà chi costruirà il sistema di valutazione dei docenti? Da quale idea di scuola?

L’idea di scuola che proviene dalle scienze pedagogiche e della formazione non è quella della ministra che probabilmente animerà la sua meritocrazia.

E’ per questo che persone come Israel stanno pensando alla disattivazione della pedagogia, ne sono nemiche.

 

Il compito della scuola non è distribuire premi e punizioni, vantaggi e svantaggi; l’atto della valutazione degli alunni (ma anche quello della valutazione dei docenti) non è un fine ma un mezzo. Serve infatti a modificare il modo in cui è stata fatta scuola prima di quell’atto valutativo.

Inoltre pensare che, nel sistema formativo, l’esito della costruzione di un processo di insegnamento/apprendimento debba o possa costituire un vantaggio materiale è sbagliato e controproducente. E’ confondere i fini con i mezzi.

Un alunno apprenderà ed imparerà ad apprendere -vera mission della scuola- quando avrà passione per la conoscenza, quando saprà connettere tra di loro le informazioni, quando saprà come archiviarle nel sistema mnestico e come estrarle. Per tutto questo, non c’è sistema di premi o di punizioni che tenga, non c’è incentivo che funzioni. Gli apprendimenti meccanici (ricordare una massa di nozioni) potevano andare bene, ammesso che andassero bene, quando si riteneva che il compito della scuola fosse impartire l’insegnamento costruendo dentro alla mente del discente la conoscenza, fatta di una congerie di notizie.

Oggi non si pensa più così. Le conoscenze sono diventate provvisorie ed il compito della scuola diventa non tanto aiutare a possederle (domani potranno essere superate) quanto facilitare la co-costruzione della capacità di stabilire nessi tra i dati.

Ma un sistema di premi e punizioni non incentiva che l’apprendimento meccanico; le conoscenze costruite in questo modo sono inservibili o labili.

Solo quello che viene definito "apprendimento significativo" può risolvere il problema: ed esso non si raggiunge con un sistema di premi e punizioni. E’ un paradosso, ma si può dire che non si guadagna nulla con la meritocrazia.

Nel quadro dell’apprendimento significativo, si impara quello che si desidera imparare e si desidera imparare quello che per un individuo ha un significato; e sarà quell’individuo ad attribuire significato, non può essere che così: siamo noi a dare significato all’esistenza, non è l’esistenza che dà significato a noi.

E’ per questo che siamo noi la vera energia del nostro apprendimento; nel sistema formativo, sono gli stessi attori del processo di insegnamento/apprendimento che danno a loro stessi l’energia per costruirlo.

Un alunno potrà imparare molto bene una lezione, se allettato da un premio materiale; ma questo non lo aiuterà a costruirsi un sistema epistemico. Il che sarebbe quello che la scuola deve fare.

L’alunno deve voler conoscere, deve averne voglia. La meritocrazia non gli metterà voglia della conoscenza, ma del premio. L’alunno imparerà per conseguire un vantaggio, penserà sempre nei termini "che cosa mi viene in tasca?". Nell’esperienza di qualsiasi docente c’è stato l’incontro con questo atteggiamento utilitaristico, centrato sul vantaggio personale. Questo atteggiamento nega la dimensione plurale ed i valori della condivisione; nega il valore della comunità e quindi della scuola, che può essere solo collettiva; può certamente esser presente sia tra gli alunni che tra i docenti. Ma non è possibile immaginare che un male venga curato con la sua applicazione massiccia.

L’atteggiamento "che cosa mi viene in tasca?" dell’alunno che non impara perché non ci guadagna niente è lo stesso della ministra che pensa che quell’alunno imparerà solo se ci guadagnerà qualcosa. O che quell’insegnante farà bene il suo lavoro solo se gli verrà in tasca qualcosa. A lui, non a tutti.

Questa è la meritocrazia: il prevalere dell’interesse personale su quello del gruppo.

Dovrebbe curare la scuola, invece ne annienterà scopi e strategie.

Nel quadro della meritocrazia, il docente inseguirà l’obiettivo del miglioramento economico o del maggior potere sulle altre persone; ma l’obiettivo sarà quello, non sarà il miglioramento del sistema scuola.

E’ la mentalità del profitto, aziendalistica, che è in conflitto con la logica di un sistema formativo. Esso non può funzionare come un mercato, pensare una cosa del genere vuol dire non conoscere il significato profondo della formazione intesa come bildung.

Come il gioco rimane tale solo se è gratuito, così il desiderio di apprendere, alla base del successo del sistema formativo, non può esser mercenario. Nessun desiderio è mercenario.

E se la scuola non parte dal desiderio, dal desiderio di imparare, di insegnare, non potrà avere successo nella sua mission.

I signori che consigliano la ministra, che di queste faccende non conosce molto, dovrebbero pur saperlo. Come possono pensare che monetizzando, tramutando in vantaggi materiali la costruzione del sapere, questa possa avere successo?

 

La ministra vuole dunque costruire un sistema di valutazione dei docenti e la questione è connessa con la valutazione degli alunni: i risultati degli insegnanti che verranno valutati saranno i risultati degli alunni. Si può pensare che migliore sarà la valutazione dei secondi, migliore sarà quella dei primi.

E tutto si baserà, dunque, su "prove oggettive". Ma possono esistere "prove oggettive"?

La risposta è no. La filosofia della scienza più recente ci ha lasciato l’eredità pesante della coesistenza possibile di enunciati tra loro in contraddizione logica. In altri termini, se una volta potevamo pensare che un enunciato potesse soltanto essere vero o falso (aut aut), oggi si è convinti che esiste un’altra categoria di enunciati: quelli dei quali si può predicare che sia vero e falso (et et).

Questo non ci condanna all’indecidibilità o all’immobilità; piuttosto ci promuove allo sguardo multidirezionale.

Questo relativismo, se è ancora permesso dissentire con la dottrina cattolica ufficiale, proviene dagli studi scientifici, dalla relatività einsteniana, dalla fisica quantistica che Israel dovrebbe conoscere così bene (non la ministra, che ne sa lei?).

Come mai il consigliere della Gelmini non fa discendere in filosofia della scienza e in filosofia dell’educazione le conseguenze di teorie scientifiche che dovrebbe padroneggiare bene? Forse pensa che quello che è vero nelle scienze naturali non sia vero in quelle umane? E che cosa pensano di ciò i suoi sostenitori cattolici?

 

Fatto sta che l’oggettività, come minimo quella assoluta, non esiste. Ogni cosa è necessariamente osservata da un punto di vista e per questo per conoscere quell’oggetto che osserviamo è necessario implementare più punti di vista. Quanti punti di vista implementerà la ministra nella valutazione dei docenti?

E’ necessario dubitare della loro pluralità.

Quando i docenti valutano gli alunni, inoltre, dovrebbero applicare una valutazione che viene definita "valutazione formativa": uno sguardo multidimensionale alla situazione. Nella valutazione formativa lo sguardo e dunque la valutazione (valutare vuol dire attribuire un valore) riguarda anche chi valuta. Nella valutazione viene osservato, oltre che il prodotto (per es. un elaborato di un alunno o una lezione di un docente), anche altri elementi: il contesto entro il quale è avvenuto il fatto educativo, gli input esercitati, il processo, la dinamica del fatto educativo.

Senza questi elementi la valutazione è definita dalle scienze pedagogiche "sommativa". Ed essa non può informare di sé la trasformazione necessaria per l’adeguamento del sistema insegnamento/apprendimento alle necessità dettate dalla mission della scuola. Non è un quadro completo né attendibile, non "dice" che fare.

In altre parole, senza valutazione formativa, non migliora la scuola.

Non si sa ancora che tipo di valutazione dei docenti stiano studiando i consiglieri della ministra, però c’è da dubitare che si tratti di una valutazione formativa nel senso pieno del termine.

Ma i docenti la fanno, questa benedetta valutazione formativa, nei confronti dei loro alunni?

La risposta è: troppo poco. Bisognerebbe farla di più.

I docenti dovrebbero avere la possibilità di formarsi per imparare a costruire una cultura della valutazione condivisa, collegiale. La ministra dovrebbe stanziare risorse adeguate per questo: sarebbe un bel modo per qualificare la scuola pubblica. Ma forse questa non è la sua intenzione.

 

Il Ministero, con l’enfasi sul voto numerico (che confonde il dato con la sua valutazione, la misurazione con il significato che vogliamo dargli), intende proprio allontanare la scuola dalla valutazione formativa. Vuole ritornare alla pratica della misurazione come atto finale della scuola. Sia nei confronti degli alunni che nei confronti dei docenti.

Misurare e basta, però, non serve a molto. Non serve alla scuola, soprattutto.

Dopo aver misurato, magari con le "prove oggettive", occorre dare un significato ai dati raccolti. Occorre interpretarli. Questo è ciò che è lontano dal modo di pensare dei consiglieri della ministra (lei, che cosa volete che capisca, di ermeneutica dell’educazione?).

Per loro, basta fermarsi alla raccolta dei dati. Alla misurazione del risultato. Meritocraticamente, questi dati frutteranno qualche soldino in più per i docenti o la promozione per gli alunni.

E così si migliora la scuola?

Non è possibile crederci: così, piuttosto, verranno consolidate le discriminazioni, verrà ingessato un sistema che non cambierà più.

Al contrario di quello che credono, o vogliono farci credere Gelmini ed Israel, in questo modo il sistema non migliorerà. Il mercato non si è mai autoregolato, le mani invisibili alla Adam Smith non hanno portato in nessun dove se non nell’implosione dei sistemi che hanno contato su di esse. Basta guardare all’ultima crisi economica globale per rendersi conto che è così.

E la scuola dovrebbe fare la stessa cosa?

 

La meritocrazia peggiorerà la scuola. Promozione solo per gli alunni meritevoli e soldini in più solo per i docenti meritevoli significherà che i problemi che indubbiamente ha il sistema formativo italiano non verranno mai risolti, che tutto rimarrà com’è o forse torneremo indietro alla scuola della metà del secolo scorso.

La valutazione può funzionare, come sistema regolativo dell’azione didattica e formativa, solo se è formativa, cioè solo se non rinnega sé stessa, solo se serve a riprogettare il percorso. Non se determina premi e punizioni.

Lo scopo della scuola non è bocciare o premiare alunni e docenti. Lo scopo della scuola è permettere la co-costruzione del sapere, della conoscenza, dei modi per utilizzarla.

Questo è il vero scopo della scuola.

E la meritocrazia va esattamente nella direzione opposta.