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CONOSCENZA, BENE COMUNE

by Carlo Avossa last modified 2013-01-25 14:50

Come l'acqua e la salute, anche il sapere è un bene comune; l'accesso a questo bene è un diritto per tutti. Ma, come accade l'acqua, molti vogliono privatizzare la conoscenza...

 La conoscenza è un bene comune: cioè va considerata alla stregua di acqua, salute, lavoro.

Ognuno di questi elementi corrisponde ad un diritto inalienabile dell'umanità, per questo indisponibile agli stessi Stati ed a più forte ragione anche agli esecutivi che li governano, poiché si tratta di beni che condizionano non solo la qualità della vita degli individui, ma che possono addirittura permettere o impedire la sopravvivenza stessa degli individui. Solo uno Stato autoritario, dunque, può permettersi di disporre discrezionalmente di tali beni, concedendoli, negandoli o privatizzandoli.

 

La scuola è il luogo dove si co-costruisce la conoscenza. Si va, con questa prospettiva, oltre il termine “istruzione” (atto del fornire nozioni e insegnamenti), perchè la costruzione del sapere, della conoscenza, non ha luogo in seguito ad intervento “esterno” all'individuo, ma è opera attiva dell'individuo stesso.

Come molti studiosi hanno evidenziato, questa costruzione può avvenire solo entro contesti sociali, cioè in gruppo. Nessuna conoscenza si costruisce in perfetta solitudine. A scuola avviene -o dovrebbe avvenire-

la negoziazione dei significati che le informazioni/nozioni, di per sé, non hanno. Per questo la scuola ha il ruolo di luogo elettivo per la costruzione della conoscenza, del sapere, della cultura.

Questo la colloca molto vicino alla zona dei diritti: il diritto ad avere una scuola è uguale al diritto ad avere un ospedale, un posto di lavoro.

Il significato della scuola è questo: essa serve a permettere ad ogni singolo individuo la costruzione del senso di cittadinanza, dello spirito critico. Questi sono gli strumenti più importanti che si costruiscono a scuola: non sono importanti le nozioni in quanto tali, la loro validità verrà superata nel giro di pochi anni: è importante che a scuola si costruisca la capacità di fare scelte, di pensare con la propria testa, si costruisca la capacità di capire, di imparare.

Corollario: se è vero -come è vero- che la costruzione della conoscenza non si ferma alla cosiddetta età evolutiva, ma prosegue per tutta la vita, è diritto degli individui di ogni età, non solo di bambini e ragazzi, di avere occasioni per proseguire una co-costruzione del sapere. E già qui siamo in crisi: non esiste nessun serio progetto di educazione per gli adulti. Figurarsi: questo diritto viene oggi tolto ai bambini, come si può pensare che venga concesso agli adulti?

 

La scuola appare, in realtà, oggi, in ritardo rispetto alle esigenze di trasformazione che pone una società complessa. Non siamo di fronte -e dobbiamo dirlo chiaramente- ad un sistema che funziona nel senso prima descritto, non sempre realizza la sua mission di incubatrice della conoscenza, di luogo elettivo per la co-costruzione sociale, collettiva del sapere.

Eppure, anche nei casi peggiori, ogni classe di una scuola ha una sua cultura di classe; ogni scuola promuove la cultura; non è possibile negare il ruolo socializzante della scuola statale ed il valore democratico di talune istituzioni (per esempio gli Organi Collegiali); la scuola della Repubblica ha un mandato costituzionale egualitario, di riconoscimento delle differenze, per la rimozione degli ostacoli che impediscono la piena realizzazione dell'essere umano (art. 3). Si può dire che non sempre si riesce a realizzare questo mandato. Ma perchè allora chi governa non favorisce questo ruolo? Tutti gli atti che il governo sta compiendo vanno in direzione opposta, cioè verso la disarticolazione della scuola pubblica. Contemporaneamente si lamenta, per bocca del ministro Gelmini e dei suoi collaboratori (Israel, Aprea), del fatto che la scuola non funziona. Come un medico che, dopo aver diagnosticato la malattia del suo paziente, lo uccide invece di curarlo.

La scuola potrebbe funzionare meglio -e assolvere alla mission di luogo per la co-costruzione della conoscenza- soltanto deprivatizzandone le pratiche, cioè facendo una didattica collettiva e condivisa, superando le mentalità privatistiche che già esistono all'interno della scuola, superando l'egoismo didattico, gli atteggiamenti di chiusura.

 

Privato”, dizionario alla mano, vuol dire “che appartiene ai singoli cittadini” e che “non appartiene allo Stato”, o anche “non aperto al pubblico”. Non di tutti, quindi, ma di qualcuno. Proprietà privata, appunto, implica il concetto di possesso. Ma può un bene comune appartenere a qualcuno?

Le privatizzazioni, purtroppo, negli ultimi decenni sono state molte nel nostro Paese e condotte da governi anche di diverso colore politico. L'ideologia mercatista, liberista, ha vinto in numerosi settori ed oggi sono in pochi coloro che sostengono l'idea che il godimento di alcuni beni è un diritto e dunque essi non possono essere “di proprietà” di qualcuno. Il pensiero mainstream sostiene che privato è bello, pubblico è brutto; che l'impresa privata valorizza, che ciò che è pubblico è poco curato, res nullius; che il pensiero privatistico è salvifico. E' un'ideologia, una specie di religione laica che trova sempre più adepti. Ma come una religione, ci si può credere solo per atto di fede: chi può dire che dopo la privatizzazione delle ferrovie la situazione sia migliorata? Chi non vede che, dopo la privatizzazione della telefonia, le compagnie hanno creato un oligopolio che tiene alti i prezzi per sotterraneo accordo? Non è vero che i meccanismi di accumulazione capitalistica, alla base del funzionamento privatistico, siano autoregolati ed autoregolanti: la “mano invisibile” di Adam Smith che mette a posto ogni cosa in base ai meccanismi della concorrenza e della competizione è stata più volte smentita dalla storia. L'attuale crisi finanziaria lo dimostra; la tendenza del capitalismo a distruggere gli ecosistemi in cui esso si sviluppa lo dimostra. Privato non solo non è bello, ma vuol dire crisi ed autodistruzione.

Ma, proprio come una religione, i governanti ci credono e basta: di destra, di sinistra, di centro, tutti: evviva il mercato.

Così esso è entrato anche a scuola; non da oggi, però.

Si è creato una sorta di pensiero unico dal quale non si può-non si deve sfuggire: anche la scuola deve funzionare come un'azienda, nella scuola devono entrare i meccanismi privatistici e questo, secondo i nostri adepti del mercatismo, della religione mercantile, la guarirà miracolosamente.

Questo è ciò che ci raccontano.

 

Il privato a scuola è entrato già da molto tempo. Non era un governo Berlusconi quello che coniò, per indicare il Piano strategico formativo di un Istituto scolastico, il termine “Piano dell'Offerta Formativa”. Offerta implica domanda: ma davvero la strategia formativa di lunga lena deve tenere conto della “domanda”? Sarebbe come a dire che, poiché moltissimi si interessano al reality show, a scuola si devono studiare il Grande Fratello e L'isola dei famosi.

No, la scuola non può tenere conto della “domanda” e non deve fare un'”offerta”. La scuola deve leggere la realtà, interrogarsi, con tutte le sue componenti, sulle necessità, farle collimare con i diritti e pensarsi nel futuro; pensare il futuro delle persone che crescono. Altro che offerta e domanda!

Il privato è entrato già da tempo anche con la figura del dirigente scolastico: la scuola è diretta, e non da ieri, da un manager, che non si interessa più -non deve interessarsi- di didattica e formazione, ma deve far quadrare i conti e gestire il personale. Non è più direttore didattico né preside: è un dirigente. Come in un'azienda.

 

Ma oggi, con il berlusconismo, il privato a scuola è più presente ed in modo sempre più pervasivo, autoritario: sotto la sferza di Brunetta e Gelmini, vengono introdotti o sperimentati meccanismi premiali e punitivi che sono l'emulazione di quanto accade nel privato, che il pubblico deve imitare sempre di più.

Come può funzionare, questo, in un'organizzazione che promuove la conoscenza? Come nelle aziende, si tenta di strutturare anche a scuola una piramide gerarchica con la creazione di una piccola corte di “quadri” attorno al dirigente; verranno premiati solo gli insegnanti che “meritano”, ma non meriteranno mai coloro che rivendicano le loro idee opponendosi magari al dirigente; perciò egli sarà circondato da yes-men e yes-women ; i premi saranno dati a chi non mette in crisi la posizione di potere di chi li concede, perchè il meccanismo della premialità tende inevitabilmente a mantenere lo status quo, cristallizza i rapporti di potere, non permette la mobilità sociale e nemmeno quella aziendale.

Non solo: il privato entra a scuola per legge e per forza: la Gelmini permette che l'obbligo scolastico venga assolto in azienda, per esempio. Questo tradisce i più elementari principi delle scienze della formazione: la scuola NON è l'azienda, i ruoli sono diversi; per usare una metafora, la scuola non getta in una vasca un bambino per vedere se nuota, lo accompagna e gli insegna a nuotare, in una situazione protetta. Perchè questo non deve valere per un quindicenne nella vasca di pescecani di un'azienda che lo sfrutta dicendo che “gli insegna un mestiere”?

Il privato entra anche per forza: il taglio netto di tutti gli emolumenti che la scuola riceveva dallo Stato induce sempre più Istituti scolastici a chiedere i soldi ai genitori per poter organizzare attività formative di qualità, specialistiche, che costano. Questo vuol dire che, nelle situazioni dove i genitori non possono permetterselo, la scuola avrà una qualità inferiore. Già questo è privatizzare la scuola, il sapere, la conoscenza.

In Parlamento, peraltro, giacciono progetti di legge della maggioranza di governo (o di una parte: sono divisi al loro interno, litigano) che hanno già disegnato un Consiglio di Amministrazione al posto del Consiglio di Istituto, al cui interno compaiono gli sponsor, le aziende del territorio, che potranno condizionare l'offerta formativa. Un Consiglio di Amministrazione che non è più elettivo, almeno non per forza, non per legge, formato a immagine e somiglianza del manovratore.

Ad aggravare questo quadro di privatizzazione della scuola entrano anche i ripetuti tentativi, prima del ministro Moratti, poi del ministro Gelmini, di trasformare la scuola in un servizio a domanda individuale. Ciò è avvenuto e sta avvenendo con la possibilità, data ai genitori, di scegliere un tempo scuola variabile; il che, didatticamente, è una follia: immaginate una scuola in cui gli alunni di una stessa classe entrano ed escono ad orari diversi e provate a pensare come un insegnante possa realizzare un Piano didattico ed educativo.

Moratti provò infatti a ideare i “Piani Personalizzati”, ipotizzando che ogni alunno dovesse avere un percorso diverso, fatto mettendo insieme diversi corsi (insegnamenti), scelti dalla famiglia. L'idea è fallita, ma è rimasta, sotto il ministero Gelmini, la possibilità per i genitori di optare per diverse possibilità orarie.

 

Anche con il meccanismo dei test Invalsi il mercato entra a scuola: e ci entra due volte,

Sono delle prove-test standardizzate per bambini e ragazzi, costruite sula base delle indicazioni dell'OCSE. Ora, è evidente il disegno culturale che questa organizzazione ha e dà alle prove: l'OCSE immagina uno scolaro, uno studente, futuro produttore di un'azienda, che deve capire bene le istruzioni ricevute, deve saper eseguire. Non è un caso che dalle prove Invalsi siano esclusi gli item creativi: non importa se non sanno scrivere o parlare, non importa se non sanno sostenere una tesi: i ragazzi devono saper leggere e fare di conto. E qui, il mercato è entrato una prima volta.

Ora, i risultati delle prove Invalsi danno luogo ad una classifica generale di scuole (le prove vengono eseguite d'autorità su tutto il territorio nazionale) che vengono ordinate dalla più meritevole a quella più “scarsa”. Verranno dati premi (finanziari) agli Istituti più “bravi”. Come mercato comanda.

Il che è una follia! Ammesso e non concesso che le prove diano risultati attendibili (ma ci sono molti dubbi sulla serietà scientifica dei test), si dovrebbero aiutare si più le scuole che hanno risultati bassi, per poter migliorare la situazione!

Invece è evidente la follia autodistruttiva del sistema mercantile applicato al pubblico, alla cultura, alla formazione: le scuole più difficili verranno abbandonate a sé stesse.

Se la cavino da sole.

Così, il mercato è entrato ancora una volta a scuola.

 

L'azione privatizzatrice governativa è targata “Gelmini” solo a parole, la persona non ha molto spessore: chi sta riformando la scuola veramente è Tremonti, con i suoi tagli.

Quest'azione si sostanzia, come abbiamo visto, nella trasformazione della scuola in azienda e della conoscenza in una merce.

L'introduzione del modello mercantile nel campo della conoscenza sta creando e creerà un approfondimento non solo del “digital divide”, ma anche e soprattutto di un “cultural divide”: il divario tra chi è in grado di interpretare il mondo, di utilizzare strumenti di comprensione e tra chi non lo è e non lo sarà.

Questo è un risultato che lorsignori stanno già portando a casa, con la costruzione di sistemi scolastici differenziati, anche a livello regionale, scuole per ricchi e scuole per poveri (appunto: scuola “private”, non aperte a tutti davvero) e soprattutto con l'implosione del sistema scolastico generale per tagli al personale ed asfissia finanziaria. Infatti la vera politica di riforma della scuola è contenuta nelle leggi finanziarie che tagliano al bilancio MIUR 8 miliardi in tre anni, 147 mila posti di lavoro. Quest'azione porterà al collasso il sistema della scuola pubblica.

In contemporanea assistiamo alla crisi di un corpo docente il cui ruolo non viene più riconosciuto, i cui contratti di lavoro sono sempre peggiorati, i cui diritti lavorativi sono calpestati. Una incessante campagna mediatica delegittima i docenti e le scuole; i primi sono dipinti come fannulloni, le seconde come covi di ideologi comunisti; le continue “sparate” gelminiane sono un fuoco di sbarramento contro la scuola pubblica: i bidelli che sono più dei carabinieri, i grembiulini, i bulli, le assunzioni facili del passato. Di fronte a questo preteso “degrado” del sistema scuola la ricetta governativa è duplice: autoritarismo e ritorno al passato. Il governo vuole, molto semplicemente, il ritorno ad una scuola “dura”, “seria”, selettiva, che non si preoccupi di chi non ce la fa; una scuola in cui si faccia istruzione e non formazione; un sapere nozionistico, non formativo, non un sapere critico.

 

Tra parentesi: i contributi alle scuole private (chiamate pudicamente “paritarie”) sono intanto aumentati, in spregio alla Costituzione, arrivando a circa trecento milioni annui. La regione Lombardia assegna la “dote scuola”, scavalcando ancora una volta la Carta ed assegnando emolumenti da “spendere” dove si vuole: in pratica, un voucher. Contemporaneamente, la regione non assegna più i fondi per il diritto allo studio: la scuola è una merce che si può comprare.

Il privato deve essere aiutato, insomma, mentre la scuola pubblica (termine svanito dal vocabolario governativo) può andare al collasso per strangolamento.

L'implosione del sistema scuola serve a Tremonti-Gelmini-Israel per andare al si salvi chi può, alla competizione pura, madre di ogni bene. Così ogni scuola si promuove come un'azienda, si fa pubblicità, cerca di rubare “clienti” alle scuole vicine. Ma è più sensato che in un territorio le scuole collaborino per elaborare una risposta comune alla situazione locale, per dare cittadinanza ai diritti che sono di tutti, oppure che si facciano la guerra a vicenda? Che cultura possono avere -e dare- le scuole che pensano a sé stesse come ad aziende in competizione tra di loro?

 

Che cosa possono fare coloro che si oppongono? Il progetto governativo è chiaro. E' altrettanto chiaro che esiste un pensiero dominante che va al di là dello schieramento della maggioranza parlamentare: la religione mercatista è entrata nel DNA anche di chi si protesta alternativo al sistema di potere berlusconiano.

Tutto è perduto, allora?

Non tutto.

Occorre conservare una speranza ostinata: lo dobbiamo ai bambini ed ai ragazzi che popolano le scuole, che vogliono “essere” e non “avere”, che sono il nostro futuro.

Questa speranza deve essere fatta di pensieri ed idee, innanzitutto, ma anche di pratiche.

Occorre in primo luogo ricostruire un pensiero libero, un pensiero critico. Occorre innanzitutto pensare un modello differente: non esiste solo il mercato, va bene, ma allora?

Il popolo della scuola deve elaborarlo, questo pensiero. Senza di esso saremo sempre schiavi di quello degli altri. E' già successo, nella storia recente, che chi si ritrova senza un progetto sia diventato succube di quello dei vincitori.

Dobbiamo costruirlo noi, il progetto. Non possiamo aspettarcelo da nessuno. Deve essere un progetto costruito dal basso.

Dobbiamo cominciare subito, non possiamo aspettare l'implosione della scuola pubblica. Dobbiamo, dove possiamo e come possiamo, rifiutare l'Invalsi, per esempio: e poi, lottare contro i tagli che stanno mettendo in ginocchio il sistema scuola; occorre impegnarsi negli Organi Collegiali, farli funzionare, cercare in quella sede e fuori di essa una sintonia genitori-insegnanti, temutissima da lorsignori. Occorre lottare per il diritto al sostegno dei soggetti deboli, dei disabili; lotta che è stata, fino ad ora, vincente, anche se solo per via giudiziaria. Occorre infine difendere gli spazi di libertà, democrazia, libero pensiero. Dobbiamo educare ad apprendere ed a pensare, non, o almeno non solo, ad eseguire.

La deriva privatizzatrice si può sconfiggere: e la sua sconfitta parte proprio dalla scuola, dalla possibilità che abbiamo ancora di insegnare a pensare.