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La scuola, un acquedotto

by Carlo Avossa last modified 2012-03-28 22:19

La conoscenza è il bene comune e la scuola pubblica lo strumento costituzionale attraverso il quale il diritto alla conoscenza deve essere garantito a tutti.

Da otto anni almeno si sono succeduti governi di differenti colori politici, tutti accomunati da una identica indeflettibile volontà: mettere in ginocchio la scuola pubblica. Smagrirla, dicono loro, razionalizzarla, con un brillante eufemismo. Ma la verità è che le stanno tagliando i mezzi di sussistenza.

E, quando diciamo “scuola pubblica“, non intendiamo quella privata. Solo i bizantinismi da seconda repubblica hanno attribuito a “pubblico” una valenza diversa da quella a cui i padri costituenti si riferivano. “Scuola pubblica” vuol dire che appartiene alla comunità, alla Repubblica. Chi non vede l’attinenza anche etimologica non capisce o non vuole capire.

Oggi, nella triste era del disastro economico a cui ci ha condotto il ventennio berlusconiano, anche le scuole ad iniziativa privata sono definite “pubbliche”, perchè equiparate a quelle della Repubblica e definite, nella vulgata liberista, “paritarie”. La differenza è però evidente, o almeno lo era per la Carta Costituzionale: le scuole private sono imprese commerciali, sono aziende che producono un utile. La scuola pubblica no. O almeno non dovrebbe esserlo.

Questo era ben chiaro nel 1948, tanto che nella nostra Costituzione è ancora ben leggibile, per chi sa leggere, che i privati possono ben istituire scuole, ma senza oneri per lo Stato. Oggi questo dettato è aggirato, tradito, stracciato. Sia lo Stato che altre Istituzioni della Repubblica, prime tra tutte le Regioni, hanno trovato mille espedienti per finanziare le scuole private, che in Italia costituiscono una potente lobby, strettamente legata alla Compagnia delle Opere e agli ambienti cattolici. Questi settori del potere politico, per dare ai loro interessi diretti un substrato ideologico, si sono rifatti al principio detto della “sussidiarietà”: cioè vogliono che pubblico aiuti il privato, ma nel contempo rigettano lo statalismo, cioè lo Stato deve pagare, ma non si deve immischiare. Il principio della sussidiarietà, di matrice confessionale,  ha purtroppo adulterato la nostra Costituzione, poichè è stato introdotto nell’art. 118 poco più di dieci anni fa. Sono i frutti avvelenati del neoliberismo italiano e del ventennio berlusconiano, che non ha trovato veri oppositori.

Nel frattempo, la scuola pubblica, quella dello Stato, è strangolata. Azzerati i fondi, tagliati gli insegnanti, accorpati tra loro gli Istituti, aumentano gli alunni per classe e i soggetti in difficoltà, i disabili, sono lasciati senza insegnanti di sostegno. Non esistono soldi per i bisogni di aggiornamento e formazione continua degli insegnanti. Le scuole pubbliche, allo stremo, sono costrette a chiedere finziamenti alle famiglie. Le famiglie, per senso di responsabilità, versano soldi alle scuole dell’obbligo, che dovrebbero essere, per definizione costituzionale, gratuite.

Non può sfuggire che tutto questo rappresenti una privatizzazione della scuola e della conoscenza. Le scuole private, aiutate e coccolate dallo Stato e dalle Istituzioni, possono chiedere rette e, in spregio alla definizione di “scuola pubblica” che si danno, possono escludere i bambini ed i ragazzi che non vogliono. Le scuole della Repubblica, agonizzanti, si sostengono agendo come le private: chiedendo soldi alle famiglie. Aggiungiamo, a questo quadro, l’introduzione sempre più invasiva del modello aziendale all’interno della scuola pubblica: ne fanno parte la figura del preside-manager, la meritocrazia, i diversi progetti di legge sull’assunzione diretta degli insegnanti e sulla modifica del loro stato giuridico, la competizione tra scuole per accaparrarsi “clienti”, l’idea che il Progetto di una scuola debba essere definito Piano dell’Offerta Formativa e che debba essere messo sul mercato. Tutto si rifà all’idea di offerta e domanda: in pratica, la conoscenza è in vendita, è diventata così una merce. Nessuno obietta, tutti appaiono tragicamente d’accordo. Chi dissente da questo pensiero unico è un pericoloso eretico.

Invece è vero che  la conoscenza è un bene comune e la scuola il mezzo con cui la nostra Repubblica garantisce il diritto a fruire di questo bene. Facendo una metafora immediata, se l’acqua è il bene comune, l’acquedotto non può essere privato.

La scuola dello Stato è come un acquedotto pubblico e deve garantire a tutti il diritto alla conoscenza. Il privato non lo farà mai perchè vuole indottrinare e produrre un utile. La scuola della Repubblica non deve fare nè la prima nè l’altra cosa.

L’impegno di chi nella scuola vive e lavora, di chi alla scuola pubblica è vicino, è di difendere, come un bene comune, la scuola, in quanto garanzia dei diritti di tutti alla conoscenza. Questo è l’impegno quotidiano del “popolo della scuola” anche a Senago: genitori e insegnanti uniti insieme dall’idea che la conoscenza non può e non deve essere a pagamento, che la scuola non è un’azienda ma un’organizzazione, la cultura non è una merce e i diritti non sono prerogativa di chi può pagarseli. I diritti sono universali, sono di tutti.