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Valutare: dare valore.

by Silvana Turci — last modified 2013-01-02 23:41

Una necessità, un’operazione, una scelta importante e difficile, nella scuola come nella Vita.

Sono convinta che valutare sia una questione seria e vitale. Ha a che fare coll’esistere, col riconoscimento e l’idea profonda, interiore, di sé. Convinzione che oltre in letture o vecchi studi trova fondamento nei conti che sono stata costretta a fare, nel corso della mia vita, con sfiducia, disvalore, inadeguatezza radicati in me fin dall’infanzia. Risultati e guadagni sono parte degli strumenti che porto nel mio zainetto scolastico.

A scuola disegno faccine che ridono, che talvolta diventano soli che splendono o cuori che pulsano o faccine tristi che piangono fino a farsi cadere i capelli. Contenta dei loro miglioramenti, successi, riuscite, progressi. Dispiaciuta, arrabbiata, depressa per gli errori che si ripetono, ancor più per alunni e alunne che non prendono il volo...

 

So valorizzare meglio quando scrivo i giudizi riguardando, rileggendo con calma i loro quaderni, ripensando a lavori precedenti. Confrontandoli con quelli della classe. Seduta sul mio divano di casa o in terrazza, uno a uno li ripenso e rivedo da lontano con la distanza e la lentezza giusta. Da questa posizione colgo con più lucidità i passi in avanti, quelli che occorre ancora fare e cerco di dare indicazioni o semplici esercizi adeguati. Cerco e costruisco un contatto e un dialogo che con ognuna/o, singolarmente, riprendo in classe.

In loro presenza sono molto più critica. Se giro per i banchi, se vengono alla cattedra, faccio notare maggiormente quello che manca, quello che poteva essere fatto meglio, quello che andrebbe e che va rifatto. Con più fatica dico: “Va bene”. “Bravo”. “Brava”.

In loro presenza spesso corro il rischio di aver troppa fretta di vedere un ottimo risultato tanto da infastidirmi per esiti al di sotto delle mie aspettative. Troppo dispiaciuta dei loro insuccessi e di non riuscire a rispondere alle richieste dei tanti che chiedono la mia attenzione. La lezione corre via e io mi ritrovo scontenta e arrabbiata con me stessa, pronta a giudicarmi per non aver organizzato l’attività giusta.

In questo “troppo” corro il rischio di sintonizzarmi con una lontana eco interiore: “Non si fa così, non sai fare bene niente… non va bene… non vai bene… no…”.

Mentre scrivo, credo e voglio sperare di essere già in un movimento nuovo, più distante da questo giudizio negativo … e che la sua eco non trovi più in me pareti interiori su cui rimbalzare, ma spazi che accolgono imperfezioni, attendono e accettano con fiducia ciò che c’è.

So che è buono investire, chiedere e rilanciare. Ma penso che in cima alla salita ci si debba fermare e riposare soddisfatti della piccola-grande impresa e non guardando nuove vette, ma l’orizzonte visibile che si apre davanti, qualunque sia l’altitudine raggiunta.

So che la mia rabbia è stata recepita da molti bimbi e bimbe come un forte e sano tenerci e essere con loro. Un fuoco costruttivo-benefico. Ma so anche quanto possa essere  pericolosa, quanto possa fare male…

 

Le schede di valutazione. Le compilo sempre più in fretta, in modo schematico e per livelli. Quelle facili da scrivere perché tutto è positivo: relazioni, autocontrollo, apprendimenti, autonomie, partecipazione, capacità d’iniziativa…

Quelle in cui non tutto è positivo, ma non è così indispensabile sottolinearlo e dunque si modificano aggettivi e avverbi e non si scrive altro.

Poi ci sono le schede più difficili. La tecnica “dico e non dico”: un esercizio da equilibrista quasi impraticabile. Il giudizio da esprimere dipende strettamente da come è il bimbo, la bimba, da quale periodo di vita sta attraversando, da che rapporto passa con mamma e papà, da quale reazione potrebbe innescare un giudizio negativo nell’equilibrio familiare. La scelta delle parole ha come fine che il mancato raggiungimento della sufficienza, o un comportamento inadeguato siano monito-stimolo per migliorare, non schiacciamento o ampliamento della difficoltà.

 

I voti: una somma di prove di verifica riportate sul registro. Prove concordate in Interclasse sull’ascolto, la comprensione di lettura, la grammatica, la correttezza ortografica... Le modalità di correzione, generalmente, un errore = uno o mezzo voto in meno, in una scala da 10 a 5 . Se il voto è inferiore a 5, do qualche aiuto, o propongo una prova con minori difficoltà, o considero non ancora valutabile quella competenza.

Quello che non avviene mai in Interclasse è la messa in comune dell’esito delle verifiche. Il confronto e la lettura costruttiva degli errori.

Quando le somministro dico ai bimbi alle bimbe che quelle prove servono a me per sapere dove e come devo darmi da fare per aiutarli, su cosa devo impegnarmi per trasformare le loro debolezze in punti di forza. Correggo e scrivo il numero e il tipo di errori, di difficoltà ripetute. Talvolta riporto anche il voto. Quando le restituisco, invito loro a registrare i loro punti di forza e di debolezza. 

 

Trovo buona la pratica dell’autovalutazione: ognuno dà un voto, un giudizio al proprio lavoro e io mi confronto su cosa e quanto il mio giudizio si differenzia o concorda col loro.  Chiedo anche di correggere e valutare esercizi scritti da compagni/e, recitazioni di poesie, letture ed esposizioni di testi. Le considero buone pratiche perché (mi) aiutano a costruire nella classe una misura comune e condivisa che contempla e rispetta differenze, difficoltà esistenti. E’ possibile evitare sensi d’ingiustizia perché eventuali giudizi sgraditi emergono sui volti o nei lamenti che aprono poi la discussione. Si stemperano infine insuccessi perché vengono dati consigli di miglioramento e occasioni di recupero.

 

In questo ultimo anno, in classe, mostravo gli errori con più leggerezza incoraggiando, cercando di rassicurare sull’essere capaci. Tenevo come modello ideale la mia maestra e il mio maestro di danza. Li ho scelti per come sono stati capaci di correggermi, con delicatezza e precisione, riuscendo comunque a farmi sentire: BRAVA.

Nel loro dire cosa non va, passano incoraggiamento, leggerezza, sorriso e gioco. Il mio imbarazzo e impaccio del corpo si sciolgono e, pur sapendo benissimo di non essere una ballerina, nella loro lezione il mio corpo e il mio respiro arrivano a momenti di grazia in cui fluttuano in sintonia e in “armonia” con lo spazio e con le mie compagne di corso a tempo di musica.

 

Sempre più bimbi e bimbe nel loro zainetto di scuola portano con sé: intolleranza alla frustrazione, ansia da prestazione, paura di non farcela, insicurezza, disistima, demotivazione. Di fronte alle difficoltà c’è chi si dichiara incapace se non le supera immediatamente: “Troppo difficile. Non capisco niente. Non sono intelligente.” Dare valore è un’azione, una pratica necessaria affinché ogni bimbo e ogni bimba, pur essendo consapevole di non essere un genio o, non ancora, una scienziata, possa tuttavia essere soddisfatto e felice del proprio cammino di crescita.

10- 9-2012