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Sugli Invalsi senza esagerare

by Maestre in ricerca e in movimento — last modified 2012-11-25 23:35

Alcune argomentazioni per parlare di Invalsi con le madri e i padri delle nostre alunne e dei nostri alunni

Noi non siamo completamente contro le prove Invalsi. Chiediamo che le prove Invalsi rimangano prove a campione, che vuol dire che non vengano fatte in tutte le scuole, per tutte le alunne e gli alunni, ma solo in alcune scuole, solo per un certo numero di alunne e alunni. A campione, appunto. Se questi dati possono servire al ministero per confrontare la scuola italiana con le altre scuole europee, che vengano raccolti ma in questo modo.

 

Fare le prove ha un costo. Tra i 15 milioni e i 23 milioni di euro, sembra, vengono spesi ogni anno per fare queste misurazioni a tappeto (l’informazione non è precisa, perché è difficile reperirla con sicurezza, e anche questo è un sintomo di una politica che non ha le idee chiare e non comunica in modo chiaro il proprio piano). Sono comunque tanti soldi. Le nostre scuole hanno bisogno di materiali, ma non ci sono soldi per acquistarli. Per esempio tempere, pennelli, creta. Per esempio i computer. Per esempio materiali per il laboratorio di scienze. Bisogna fare delle scelte.

L’Europa è fatta di molti paesi. Si può decidere a chi guardare per ispirarsi. Noi pensiamo che la scuola finlandese sia una scuola da cui prendere idee. Naturalmente vanno riadattate alla nostra situazione. Nella scuola finlandese l’idea di fondo che portano avanti i governi, sia di destra che di sinistra, è che nelle scuole non vanno fatti cambiamenti se le cose funzionano. Quindi anche se i governi cambiano, essi si impegnano a non modificare gli impianti organizzativi delle scuole, a meno che non sia proprio necessario.

L’altra idea di fondo è che i docenti devono lavorare per far migliorare le alunne e gli alunni. La bocciatura non è una buona soluzione. Dalle ricerche risulta che chi è bocciato, nella stragrande maggioranza dei casi, non migliora più e spesso abbandona la scuola. E diventa un "costo" sempre maggiore per lo stato, senza che quella spesa serva. Se sai che puoi bocciare, come insegnante avrai una scappatoia (se l’alunno è in difficoltà, invece di impegnarti per far sì che migliori, lo lasci andare, non ti occupi più di lui, tanto sarà bocciato). Se sai che più dai speranza, più cerchi le cose giuste per far imparare e progredire, più le alunne e gli alunni apprenderanno, allora volgerai il tuo insegnamento in quella direzione.

Le cose importanti già le sappiamo:

la didattica della matematica e delle scienze va rinnovata: abbiamo bisogno di corsi di aggiornamento;

le alunne  e gli alunni che provengono da famiglie con problemi economici o di altro tipo, per la maggior parte incontrano difficoltà di apprendimento: abbiamo bisogno che sia garantito il lavoro alle famiglie, che gli stipendi siano tali da poter vivere dignitosamente. Abbiamo bisogno che nei territori si attivino sempre più le biblioteche, i centri culturali. Abbiamo bisogno che musei, mostre, eventi culturali siano disponibili gratuitamente per i minori e un accompagnatore. Gratuiti lo devono essere anche per gli insegnanti.

“Abbiamo troppe statistiche, numeri che ci rendono tutti, senza che ce ne accorgiamo, persone che descrivono i mali del mondo e le sue tante povertà come se non ci riguardassero ma fossero responsabilità altrui. Il valore della politica invece è quello di dichiararsi responsabili, a volte indignati, e per questo, di ricercare con passione tutte le competenze possibili. Non basta la freddezza tecnica che, anzi, chiede di essere orientata su quali sono le priorità e gli interessi da cui partire” sono parole del vescovo salvadoregno Oscar Romero[1].



[1] Oscar Romero è stato arcivescovo a San Salvador, capitale di El Salvador. A causa del suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura del suo paese, fu ucciso nel 1980 da un cecchino, mentre stava celebrando la messa. Nell'omelia aveva ribadito la sua denuncia contro il governo di El Salvador che aggiornava quotidianamente le mappe dei campi minati mandando avanti bambini che restavano squarciati dalle esplosioni.