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Io dico che sono felice

by Silvia Pinali — last modified 2013-01-02 23:11

La frase “valutare è dare valore” è stata per me per anni un insieme di parole che mi faceva da orizzonte, senza che io riuscissi a tradurla nella realtà quotidiana. Ma ora...

Mi darete della pazza, della sognatrice, non sarebbe la prima volta.

Io dico che sono felice di andare a scuola e ora vi spiego il perché.

Ho trascorso anni di vero inferno nella scuola. Solo adesso che ho una classe seconda e vivo di una continuità fatta di saluti alla fine della giornata e di rincontri alla mattina alle otto, io ho realizzato cosa significa vivere di esperienze belle a scuola coi bambini e le bambine.

Credo di aver fatto un salto di qualità. Finché ero una maestra specialista di lingua inglese con otto classi diverse a cui insegnare, sentivo l’urgenza di sottoporre i bambini e le bambine a continue verifiche per poter avere a fine quadrimestre dei giudizi e dei voti. Queste “annotazioni” sul mio registro erano l’unico dettaglio che mi restava nella mente di ognuno di loro. Purtroppo era troppo difficile per me ricordare i loro volti dopo tre mesi di scuola (specialmente dei bimbi di prima che vedevo per un’ora alla settimana) ed avere un quadro preciso da restituire alle famiglie.

La frase “valutare è dare valore” era per me allora un insieme di parole che mi faceva da orizzonte, senza che però io riuscissi a tradurla nella realtà quotidiana.

Cercavo di dare valore continuamente al loro grande desiderio di imparare, di conoscere una lingua nuova e bellissima, fatta di suoni divertenti, canzoni e filastrocche, attraverso scoperte quotidiane di quanto ci sia utile l’inglese nella vita di tutti i giorni, un’apertura al mondo che sta fuori di noi. Ciò che mi sfuggiva quando ero una maestra “specialista” era che non riuscivo a cogliere i cambiamenti quotidiani dei bambini e delle bambine ed ero troppo legata al contenuto di ciò che insegnavo.

Per anni mi sono colpevolizzata di non saper “tenere” la disciplina in classe, ma come potevo se ero sempre vista come l’insegnante precaria o provvisoria per quell’anno scolastico? Sono stata troppo severa con me stessa negli anni passati, ora vivo di “rendita” e questo mi riempie di gioia.

Vado a scuola e trovo sorrisi che mi accolgono, vedo bambini e bambine con difficoltà che si impegnano per farcela giorno dopo giorno perché si accorgono che io ci tengo a loro; i genitori mi fermano fuori per comunicami che vedono l’impegno delle loro figlie e dei loro figli anche a casa. Sono madri e padri che riconoscono quello che io e la mia collega facciamo coi loro figli. E’ una gioia che mi riempie il cuore.

Forse la fatica, la sofferenza, i pianti, gli investimenti in formazione e in incontri per continuare a riflettere e a comprendere, sono stati il giusto prezzo per ciò che sto ricevendo adesso: Amore per la scuola, per l’impegno, per lo studio, per lo stare insieme giorno dopo giorno.

Provare questi sentimenti a quarant’anni, dopo vent’anni di gavetta a scuola: un po’ tardi? A scuola sappiamo che ci vuole pazienza ed è meglio tardi che mai.

Ora che sono presente in una classe seconda per sedici ore la settimana, noto come il mio modo di valutare sia diverso da quello di due anni fa. Non sento più l’urgenza di scrivere continue annotazioni sul registro. Ogni bimbo e bimba è presente dentro di me e giorno dopo giorno colgo ciò che cambia nel loro modo di imparare, di raccontare e raccontarsi, la voglia che dimostrano verso le nuove esperienze, i sorrisi (senza i dentini che cadono e che fieramente portano a casa con un pacchettino infiocchettato) che manifestano quando colgono cose importanti, quando ricevono un complimento.

Questi sono alcuni dettagli che danno corpo alle parole “valutare è dare valore”. E alla valutazione danno un aspetto poetico.