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A proposito di ciò che vorremmo prendesse forza. A propsito di ciò che non vorremmo prendesse valore.

by maria cristina mecenero last modified 2012-11-25 23:12

Alcune riflessioni sulle prove Invalsi

 

 

Mi dicono, e non lo sapevo, che gli acronimi vengono scelti anche sulla base del nuovo significato che immettono nella cultura. Il verbo invalere significa: prendere forza, valore, autorità; prendere piede, affermarsi, diffondersi. Con l’Invalsi si è trattato di una scelta deliberata?  

Forse si vuole “affermare un nuovo atteggiamento all’interno della comunità”: invale ciò che è ritenuto più di valore, non la relazione, bensì la (pseudo) oggettività, la misurazione delle competenze al posto del dialogo.

Noi che insegniamo, e che non sosteniamo la scelta dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione e formazione di concentrare sforzi e riflessioni intorno ai test di apprendimento, crediamo proprio di sì.

Non sono certa che sia consapevole ai più quale è la cultura che si vuole dismettere. È quella di tante donne che hanno fatto la scuola pubblica dagli anni Sessanta in poi. È quella degli uomini che hanno voluto vivere l’avventura dell’insegnamento mettendo in comune la propria intelligenza e responsabilità, creando spazi di intersezione tra pensieri e iniziative, tra età e appartenenze. Donne e uomini che hanno custodito i valori legati a una certa cultura dell’istituzione in cui lavoravano. La nostra sopravvivenza come specie umana passa anche da lì, facendo civiltà attraverso i rapporti; rimanendo in una disposizione di apertura, disponibilità e accoglienza verso le giovani generazioni. C’era cura delle relazioni, cura della didattica, cura dei percorsi; e i governi avevano cura delle condizioni materiali e strutturali in cui ciò poteva avvenire. Per anni si sono fatti esperimenti – pensati e condivisi - di valutazione, in cui si stava in dialogo con i punti di forza e i punti di fragilità che incontravamo, noi come insegnanti e loro come studenti.

Al centro veniva messa la consapevolezza: si sollecitavano le bambine e i bambini ad autovalutarsi e noi insegnanti ricercavamo parole che incoraggiassero e sottolineassero le loro capacità, nella prospettiva di un miglioramento. Non misurazioni, non prove omogenee che cancellano la diversità, rinforzando sentimenti di inadeguatezza o potenza, entrambi pericolosi e potenzialmente antisociali.

Bisogna che pensiamo a cosa stiamo scegliendo di mettere come terzo tra noi e le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi.

I ministri ci stanno chiedendo di mettere tra noi e le classi, tra noi e le nostre pratiche, dei test. Questa non è questione che riguarda solo chi insegna, riguarda chiunque abbia figli, chiunque si occupi di crescita.

Il terzo, avevo letto anni fa in un articolo di una psicoanalista francese, è la placenta: ciò che serve tra una madre e un bambino per esistere entrambi, nella migliore delle condizioni e nelle rispettive differenti posizioni.

Questo terzo, le prove Invalsi - e la conseguente preparazione alle prove, e i libri sulle prove che l’editoria sta ora sfornando - fa esistere nella migliore delle condizioni insegnanti e studenti?

C’è chi tra noi insegnanti si sente irretito, affascinato dal fare prove. C’è in qualche modo un‘attrazione alla verifica. E c’è chi ha scelto di non usare i voti: mai, a parte nella pagella. E’ importante dibattere a partire da queste differenti posizioni e un passo avanti potremmo farlo ascoltando come si possa fare e come possa capitare che 25, 50, 100 famiglie accettino l’idea che possiamo fare scuola, una buona scuola, senza numeri a bollare dei risultati. Farsi narrare cosa capita in quegli esperimenti e provare a comprendere quale altro andamento possa prendere un rapporto tra chi insegna e chi apprende.

Chi propugna i test ha una convinzione e quanto questa convinzione sia fondata su un’illusione o una mistificazione ad oggi non è dato saperlo: bisogna misurare il sapere per aumentarlo, bisogna testare per avere prove e migliorare – ma provare e migliorare che cosa non è chiaro. Dal 2004 si stanno sperimentando i test. Possiamo dire e convenire che, a fronte di questo investimento del denaro pubblico e di energie delle scuole, in questi otto anni, nessun miglioramento per le scuole è venuto da lì. Possiamo dire e convenire che c’è bisogno di altro per migliorare l’insegnamento della matematica e delle scienze.

Parliamo dell’italiano: il presente nostro non è fatto solo di una lingua. C’è anche l’italiano. C’è la lingua di chi sta immigrando, c’è molto bilinguismo, c’è la lingua del web, c’è la lingua delle immagini. Possiamo comprendere che per tutti sia difficile raccapezzarsi.

Qualcuno potrebbe obiettare: però è questione di italiano, è la lingua che permette di esistere all’essere umano come essere umano. E’ vero, perciò è necessario che teniamo sempre presente che la lingua si genera dai corpi e nei contesti; essa sente e risente della dipendenza dall’ecosistema, dall’economia finanziaria. C’è una grande eco che lo spread  genera: fa sentire meno la poesia, affievolisce le voci incerte, crea un contesto per l’immaginazione e l’invenzione, anche quelle bambine, che si appigliano alle parole dell’economia e non ad altre.

Forse i test danno l’idea di fotografare qualcosa. Siccome tutto è diventato molto complicato, si tenta di estrarre il segno di un ordine o di un disordine.

Chissà se chi ha in mano la partita, cioè il ministero, ci crede o non scelga la strada dei test solo per adeguamento verso alcuni altri paesi e una filosofia che si crede “vincente” e sembra accomunare parte dell’Europa. Chissà cosa pensano veramente Francesco Profumo e Marco Rossi Doria, e soprattutto lui che ha visto la scuola a brandelli nelle vite a brandelli delle ragazze e dei ragazzi di Napoli. Sicuramente il problema ha a che vedere con sproporzioni. Ma a noi del mestiere verrebbe da dire: sociali, culturali, affettive.

Per questo credo sia importante dire che “testare” l’insegnamento e l’apprendimento fa parte di una visione scientifica/meccanica delle cose che non ci appare interessante per essere più capaci di stare in rapporto alle giovani generazioni, alle domande che portano per esistere, tra le quali c’è quella di imparare e di creare; e abbiamo bisogno di dirlo prima tra noi, ai nostri colleghi, alle nostre colleghe, portando buone argomentazioni: scegliamo di non piegare il nostro insegnamento sui test. Questa è già una potente mossa di autodeterminazione. Di libertà.

Lasciamo stare gli allenamenti ai test sui libri pubblicati sempre in maggior quantità perché stravolgono il nostro senso relazionale di fare scuola; lasciamo stare l’idea che è una prova “oggettiva” a definire ciò che è più importante tra ciò che c’è da sapere per riuscire a stare nel mondo, anche in quello del lavoro. 

Che “loro” (ministri, sottosegretari, esperti, incaricati) siano affascinati, stregati da questa idea che l’Europa diventerà più competitiva grazie al suo sistema di istruzione e che per questo bisogna raccogliere percentuali: è un sortilegio da lasciargli, finché non siamo capaci di annullarlo. E forse non lo saremo per molto tempo. Rimanda a complessi meccanismi legati al nostro futuro economico, alla direzione che prenderà la politica dell’Europa, alle mosse per salvarla dalla crisi. Ma sapere che continuiamo a credere e a lavorare in un’altra dimensione non è affatto cosa da poco.

Da lì bisogna andare avanti per porci le questioni più urgenti: vediamo avanzare nelle classi un disordine che non spieghiamo? Ci sembra che più bambine e bambini siano a disagio? Noi siamo preoccupati perché in una società dell’immagine e della corruzione come la nostra (che per fortuna non è solo dell’immagine e della corruzione), i conti non tornano. E non ci stupiamo che non tornino a loro, le ragazze e i ragazzi. Facciamo conto di diventare famosi, facciamo conto di essere potenti, facciamo conto di avere privilegi, leggi ad personam

In mezzo a questo bailamme, le bambine e i bambini ci sembrano più in gamba e sentiamo che prendono da noi e soprattutto dalle loro compagne e compagni, rilanciando con una velocità che non avevamo sperimentato prima. Le conoscenze che costruiamo in classe circolano nel gruppo con andamenti e linguaggi nuovi.

Che le cose funzionano o no lo sappiamo con molte meno mosse e più osservazione. Si sa già che l’apprendimento della matematica è deficitario e ci sono ricerche già pronte che indicano altre direzioni da prendere. Chi sta in alto, ministro e suo entourage, dovrebbe sapere che importante delle ricerche è la capillarità del mettere a disposizione i risultati. C’è un dato segnalato dalla letteratura pedagogica che non entra mai nel gioco del dibattito sui modi possibili per migliorare le pratiche di insegnamento: i risultati delle ricerche non arrivano agli insegnanti. Più che continuare a misurare bisognerebbe iniziare a lavorare in gruppi per confronto e scambi di pratiche.  Mettersi nell’ordine di idee che è necessario avere cura dei territori, le scuole sono territori da alimentare e da cui farsi nutrire.

In Europa non c’è solo l’Inghilterra. C’è anche la Finlandia che ha deciso di non valutare gli insegnanti. E però sappiamo che le scuole finlandesi funzionano bene. In effetti le due condizioni che l’Ocse riconosce determinanti per avere buoni risultati, e cioè che gli insegnanti vengano pagati bene e agiscano non per bocciare ma per portare tutti al miglior livello possibile di apprendimento, in Finlandia vengono rispettate.

Un mio alunno, sette anni di sperimentazione con la vita, ha detto a partire da una storia che molti della scuola primaria conoscono, Guizzino, unico sopravvissuto di un branco di pesciolini rossi sbranato da un tonno: “Nella realtà le sardine contro i predatori non ce la fanno perché per il panico non riescono a organizzarsi. La paura non ti fa scegliere la soluzione migliore”. Per chi non conosce la storia, aggiungo che Guizzino, quando si unirà a un nuovo branco e organizzerà la difesa attraverso un trucco messo in scena per ingannare l’avversario, sembrando grande come lui, affermerà: “Non si può vivere così nella paura, bisogna pur inventare qualcosa. Nuoteremo tutti insieme come il più grande pesce del mare”.

Io non intendo perdere l’intelligenza, a causa della paura di ciò che sta avanzando. In avanti peraltro non ci sono solo tagli, Invalsi, burocratizzazione e autoritarismo dei dirigenti, c’è molto altro: padri che partecipano ai colloqui e si interessano dei figli, movimenti politici di insegnanti e genitori, tra cui l’Assemblea delle Scuole di Bologna, Rete Scuole, Maestre in ricerca e movimento, il Cesp, gruppi di insegnanti in ricerca (penso qui a Amica Sofia, all’MCE, alle maestre che sono impegnate a garantire la scolarizzazione dei bambini rom), blog di insegnanti che fanno circolare idee e le rilanciano, donne che rilanciano idee del lavoro e sul lavoro (come nell’iniziativa milanese: “L’agorà del lavoro”), associazioni di uomini e donne che lavorano per rompere il silenzio nei confronti della violenza contro le donne, gruppi sperimentali di nuovi stili di vita rispetto a quello dettato dal mercato.

C’è molto movimento: continuiamo a metterci tutto ciò che di intelligente e sorprendente abbiamo, sappiamo, comprendiamo. Agendo con grande libertà perchè invalga ben altro che la pseudo-oggettività.

grazie

Posted by Viviana Colla at 2012-11-22 21:00
Grazie alle maestre in ricerca e in movimento per questi tre preziosissimi contributi!