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Rifiuti Bipartisan

by Ettore Latteri e Emilia Santoro — last modified 2008-10-31 08:46

da www.chiaianodiscarica.it

Dal sito di Daniele Luttazzi:

Va registrata con particolare soddisfazione la corposa presenza di Giorgio Napolitano sulla stampa del 18 ottobre. Interpellato sulla bocciatura UE al governo per le politiche ambientali, il Presidente evidenzia la sua preoccupazione pur sottolineando che “la tutela ambientale non va scollegata dalle esigenze di sviluppo economico”. Un colpo al cerchio e uno alla botte, cosa che ci ricorda i celebri “ma anche” veltroniani. Nello stesso giorno Napolitano mantiene tale posizione a proposito della riforma scolastica della Gelmini, rimproverandone gli oppositori col monito “Non si possono dire sempre dei no”. Il concreto, moderato, pragmatismo del Presidente (pur sempre il motivo principale del consenso “bipartisan” di cui gode) però vacilla stranamente quando torna sul tema rifiuti.

E’ il “senso di vergogna” che dice di provare “da napoletano” ad indurlo ad un deciso sfogo verso gli oppositori all’inceneritore di Acerra che, spiega, “non è una macchina diabolica, io ne incoraggio molto la realizzazione”.

A parte ogni considerazione sul livello d’inquinamento prodotto dagli inceneritori (per cui si rimanda ai numerosi relativi studi scientifici esistenti, non ultimi quelli sulle nanopatologie condotti dal prof. Stefano Montanari) e a parte l’abnorme sovradimensionamento dell’impianto in questione (grande quanto i tre inceneritori di Vienna messi insieme e dislocato in una zona già martoriata dagli sversamenti di rifiuti tossici), l’affermazione è di peso tale da indurre a fare un bel passo indietro, esattamente a 10 anni fa.

Nel 1998 l’emergenza rifiuti in Campania era già gravissima. Prodi, allora premier, la affidò ad un tandem formato dal ministro per l’ambiente e quello degli interni. Venne approntato un piano (ben congegnato, a detta degli esperti di settore) che, in linea con la normativa europea e nazionale, prevedeva l’obiettivo del 35% di raccolta differenziata entro il 2000. Il resto dei rifiuti andava invece incenerito (opportunamente trasformato in CDR) in due impianti, almeno uno dei quali da allestire sempre entro il 2000. Nel caso in cui la costruzione dell’inceneritore non fosse avvenuta entro il termine fissato, l’impresa appaltatrice avrebbe dovuto provvedere al loro smaltimento, a sue spese, in impianti già esistenti fuori regione, per scongiurare il loro accumulo nelle aree di stoccaggio campane.

Si aggiudicò l’appalto l’Impregilo (allora controllata dalla famiglia Romiti) che, con l’avallo dei governatori della Campania (Rastrelli, di centrodestra, prima; poi Bassolino, di centrosinistra) nonchè dei vari commissari straordinari (Bertolaso compreso), stravolse il piano in ogni suo aspetto.

La raccolta differenziata fu letteralmente messa da parte, grazie soprattutto all’intervento a gamba tesa delle banche (tramite una richiesta ufficiale dell’ABI): avendo finanziato il progetto in cambio di introiti diretti sugli utili, pretesero ed ottennero non solo l’incenerimento dell’intero quantitativo dei rifiuti ma che esso avvenisse solo ad ultimata costruzione proprio dell’inceneritore di Acerra, anche se fossero stati necessari 10 anni.

Il fatto è (come ormai sanno quasi tutti) che l’incenerimento
rappresenta un affare molto vantaggioso, specie in Italia. Tanto per cominciare, la materia prima è sovrabbondante e a costo zero. Siccome poi nel nostro Paese l’energia con esso prodotta, viene classificata (con forzatura semantica tipicamente italiana) fra quelle prodotte da fonti rinnovabili, è possibile rivenderla allo Stato ad un prezzo che varia da oltre il doppio a quasi il quadruplo di quello praticato altrove, a seconda che ci si avvalga o meno dei vantaggi previsti dal cosiddetto CIP6 (l’incentivo pagato dai cittadini con le bollette per l’energia elettrica, in esse ben celato, che ammonta a circa il 7% dell’imponibile).

Va da sè che l’Impregilo e le banche avevano tutto l’interesse ad ammonticchiare tutte quelle “ecoballe” che tutt’ora infestano l’area a nord della provincia di Napoli e che là resteranno per molti anni ancora. La responsabilità maggiore di tutto questo (almeno dal punto di vista politico) ricade ovviamente quasi tutta su Bassolino (attualmente sotto processo assieme ai vertici di Impregilo), per ben otto anni al potere e ancora saldamente al suo posto. Fu lui infatti a firmare i contratti (pochi mesi fa, al processo, affermò di non averli letti).

Ma, ci si chiede, coloro che avevano approntato quel bel piano in linea con la normativa vigente (che prevedeva il 35% di raccolta differenziata e che avrebbe scongiurato l’accumulo di rifiuti) non avrebbero dovuto vigilare affinchè fosse attuato in ogni sua parte? Non sarebbero dovuti insorgere al suo stravolgimento? Non avrebbero almeno dovuto denunciare che il disastro rifiuti esploso quest’anno non era da ricercarsi in particolari aspetti antropologici di campani e napoletani ma che le cause erano di natura esclusivamente finanziaria e politica?

A proposito, ma chi erano?

Il ministro per l’ambiente era il “verde” Edo Ronchi, attualmente non più presente sulla scena politica nazionale.
Il ministro degli interni era Giorgio Napolitano, ora Presidente della Repubblica.

Ettore Latteri, Emilia Santoro