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Cronache dalla seconda guerra della Monnezza

by Alfonso De Vito — last modified 2010-11-08 08:51

In assoluto quello campano è forse uno dei più grandi disastri ecologici (e sanitari) dell’Europa occidentale.

terzigno

Cronache dalla seconda guerra della Monnezza


"Non riesco a trovarlo, ho guardato ovunque". Giovanni è un mio vicino dei quartieri spagnoli, abita due piani sotto di me e gli animali sono la sua passione. Così penso al cane. "Un manifesto. Un manifesto del comune... voglio dire per la monnezza". E' stata un'illuminazione! Non ci avevo pensato, ma ad oltre due settimane dall'ultima grande avanzata dei rifiuti è proprio questa la metafora più forte del dissolversi di ogni fortilizio istituzionale. Ho chiesto a chi ha più età e memoria, ma sembra che con il terremoto del 1980 o il colera nel 73 qualcosa sui muri si fosse pur visto (magari poco credibile). Un bell'avviso da Comune a caratteri fitti e minuscoli pieno di prescrizioni e di rassicurazioni...invece niente. Insomma caro Comune di Napoli, cara Regione Campania, caro Governo, sono un tuo cittadino residente in vico tre regine, se vuoi che uso ancora l'iniziale maiuscola quando ti scrivo, mi puoi dire cosa sta succedendo, cosa devo fare? Continuo a separare la plastica e il vetro oppure è inutile, il sacchetto lo metto sopra la collina dei suoi confratelli o me lo tengo in casa, devo mandare i miei figli a scuola, spruzzo un pò di deodorante, mi faccio le analisi cliniche o in fondo..."è tutto a posto!". Con una delle sue battute più infelici dopo “Vesuvio facci sognare” (per la quale gli ultras del Verona gli hanno fatto causa per i diritti d’autore), Guido Bertolaso ha realizzato una straordinaria fotografia della situazione in Campania. Solo che, mentre era in fuga dalla pirotecnica protesta di Terzigno, deve averci dato per sbaglio il negativo, dove ogni colore si vede al contrario:

La città di Napoli è in realtà sommersa sotto tremila tonnellate di monnezza, a Terzigno s'è fatta la rivolta civile contro il rischio che si torni a sversare nella ex-cava Sari, che nasconde nel profondo i segreti inconfessabili degli scarti industriali del nord del paese e a Giugliano la gente si stende davanti ai compattatori per impedire che sversino i rifiuti letteralmente in terra, davanti alla porta di “Taverna del Re”. Un insediamento da “cronache del dopo bomba”, dove 6 milioni di tonnellate di rifiuti vengono organizzati per edifici piramidali, quartieri e comprensori.. la prima città della monnezza!

 

In assoluto quello campano è forse uno dei più grandi disastri ecologici (e sanitari) dell’Europa occidentale. Ma nessuna lettura può essere forse più falsificante di quella che attribuisce banalmente il tutto a una commistione di inefficienze amministrative, corruzione, incultura di quei “zozzoni meridionali”…

Si tratta piuttosto di un modello straordinariamente efficace di shock-economy, di economia speculativa sulle emergenze, e non a caso vede uno dei principali protagonisti in Guido Bertolaso e nel suo circuito di affaristi, le cui metodologie sono state ben raccontate da Sabina Guzzanti in “Draquila”. La storia è però molto più antica: a Napoli, almeno dal 1980, tutti gli interventi statali che hanno mobilitato fiumi di denaro, sono stati gestiti con la governance dell’emergenza: dalla ricostruzione post-terremoto all’affare rifiuti, passando per la TAV, che sembra non entrarci nulla, ma i cui dispositivi finanziari (il metodo della concessione diretta, l’affidamento senza gara d’appalto per l’urgenza dell’opera ecc) sono stati copiati per intero dalla legge sul terremoto, avendo per altro il medesimo progettista: l’ex-ministro al bilancio della prima repubblica Paolo Cirino Pomicino. Il “commissariamento” è lo strumento principe di questo meccanismo, il dispositivo opaco che permette di comporre gli interessi dell’imprenditoria speculativa, della camorra e delle burocrazie politiche.

La scena sociale e mediatica dell’emergenza alterna sempre le stesse fasi: l’allarme, la paura e il “miracolo”, finchè qualcosa si inceppa. Perchè la "tattica dell'emergenza", o shock-economy se vi piace, produce la crisi e se ne nutre in un ciclo di consenso instabile e rischioso. Anni di affari fatti sull'ansia sociale, sulla democrazia "commissariata", sul boicottaggio della differenziata, sulla tragedia reale della salute e dell'ambiente, sulla contrapposizione tra la metropoli e la regione, tra la gente contro le discariche e quella contro gli inceneritori... Fino ad Acerra nel 2002, fino a Serre nel 2006. Quando intere popolazioni cominciano a ribellarsi. Quando la rabbia (tardiva?) per la terra violentata dalle ecomafie si scaglia contro la nuova violazione di stato. E la lotta non vince, ma convince:"non c'è da fidarsi!". Da allora tutto precipita… 

 

Comincia così, nell’anno domini 2008, la prima guerra della monnezza, che è una guerra per l'autodeterminazione condotta dai cittadini espropriati, e passa per la rivolta di Pianura, la resistenza di Chiaiano fino alla campagna militare di Berlusconi, all’ennesimo “miracolo”, all’arrivo dell’esercito con le comparsate in mimetica del Generale Giannini, alle leggi speciali (sul piano penale contro i dimostranti e sul piano del laissez-faire a favore di chi sversa di tutto nei buchi preparati dal governo). Eppure per settimane, per mesi, il mainstream di una metropoli ad alto tasso di informalità economica e urbanistica per una volta invece di implodere, esplode! Rimonta la disgregazione orizzontale in nome di un comune pericolo che incombe sui corpi, travalica con transitorie fiammate la tribalizzazione prodotta dal sentimento di subalternità e dalla perdita di memoria sociale per tutto quello che non siano gli istituti stessi del "governo del sottosviluppo" nel Sud, come il clientelismo o il famigerato “familismo amorale”.  Solo fiammate, però... L'incendio viene controllato, rientra, si auto-censura. Anche per pluri-decennale prudenza.

 

La seconda guerra della monnezza è invece storia di questi giorni.

Ma facciamo un passo indietro, un piccolo feed-back: siamo nel 2000 e una grande multinazionale, la stessa azienda che dovrebbe costruire il ponte sullo Stretto, la “Impregilo” al tempo diretta da Cesare Romiti, costituisce il consorzio “FIBE” e vince l’appalto per la gestione del ciclo dei rifiuti in Campania. E’ una gara truccata, cambiata illegalmente in corso d’opera, con un ciclo che non sta in piedi neppure nella banale aritmetica dei bilanci di massa. Ma stranamente non se ne accorge nessuno. La Campania è commissariata per “l’emergenza rifiuti” già da sei anni, le carte passano per le mani del centrodestra e del centrosinistra che si alternano alla guida della regione e dello stesso Commissariato, ma in fondo si tratta solo di un appalto da un miliardo di euro… L’unico interesse di Fibe è di lucrare sui contributi statali all’incenerimento, i famosi cip6 che originariamente erano destinati alle energie alternative e che sono diventati il grande affare del capitalismo italiano, impedendo di abbandonare questo sistema pericoloso e nocivo dei termodistruttori. Poi la Fibe si ricorda di vivere in una terra politicamente subalterna e pensa bene di spingersi più in là: sabota i suoi stessi impianti per accumulare nelle “eco balle” da incenerire tutti i rifiuti raccolti e aumentarne la massa. Il finanziamento pubblico è di circa 50 euro a tonnellata incenerita: si tratta di un profitto da centinaia di milioni di euro. Così i depositi di eco balle diventano nuove mega-discariche “impacchettate”, in stile Taverna del Re, e riparte il sistema degli sversatoi di rifiuto tal quale, ormai illegali per la comunità europea. L’affare complessivo riporta a cifre a nove zeri, tra appalti degli inceneritori, contributi cip6, gestione delle discariche. Una situazione drammatizzata ancor più dalla compresenza delle ecomafie, perché l’emergenza dei rifiuti solidi urbani e quella del traffico di rifiuti speciali sono separate solo in apparenza. Come dimostra il fatto che nei bilanci di massa dei centri di produzione di eco balle spesso il peso che usciva era maggiore di quello che entrava. O che diverse cave, come la “Sari” a Terzigno, sono prima servite all’estrazione illegale della cementificazione selvaggia e poi sono state utilizzate per lo sversamento di rifiuti speciali, passando negli anni dalla gestione di prestanome della camorra alla gestione di prestanome… dello Stato che in questo modo opera anche una sostanziale sanatoria degli abusi pregressi. Chi potrà infatti mai più distinguere!? E ancora: appalti incontrollati per "l'urgenza", abuso continuo del "nolo a freddo", terreni che cambiano proprietà e vengono stranamente selezionati per la dislocazione degli impianti, con una valorizzazione di cento a uno...

In questo contesto la raccolta differenziata è semplicemente boicottata perché ostacolerebbe gli affari: su dodici impianti di compostaggio ufficialmente finanziati in quindici anni, ne è stato inaugurato solo uno! Le alternative al ciclo nefasto discariche–incenerimento-discariche non vengono neanche prese in considerazione perché hanno il torto di non permettere grandi profitti, mentre le Asl occultano vergognosamente il disastro, non ottemperando agli obblighi di legge sui registri-tumori e sulle indagini epidemiologiche. Nasce da tutto questo la rivolta di Terzigno e ora di Giugliano e non solo dal puzzo insopportabile con cui migliaia di cittadini hanno dovuto convivere per mesi.

E soprattutto, alla determinazione e all’estensione del conflitto, si è aggiunta una consapevolezza diffusa e consolidata negli anni, grazie alla micro politica dell’informazione, all’uso della rete, ad alcuni lavori di video-documentazione. Perciò le genti di Terzigno hanno respinto per ben due volte la mediazione di Berlusconi, che ha infine deciso di cercare altrove una scappatoia di immagine ai suoi recenti scandali. Una resistenza coraggiosa e difficile, quando il clichès dell’emergenza prevede che a ricattarti siano direttamente i sacchetti d’immondizia, che arrivano al secondo piano delle case, che bussano alla porta di casa. E forzano le scelte politiche. E quando ogni resistenza, ogni rivolta è diffamata mediaticamente dal sospetto dell’infiltrazione camorristica, in un beffardo ribaltamento interpretativo, con il fondamentale discorso sul rapporto tra mafia e potere che diventa un’insopportabile retorica della normalizzazione e del controllo.

 

Perciò la crisi campana merita un attenzione maggiore di quella che si può dedicare a un fenomeno da “sottosviluppo”. L’economia dei disastri è invece una delle scelte predilette dal capitalismo nella crisi e la speculazione ambientale è una strada maestra per la confindustria italiana, come dimostra la richiesta al governo di costruire ben 100 inceneritori! La difficoltà a trovare una via d’uscita da questa crisi ambientale, sanitaria e democratica, in Campania è pesantemente condizionata dall’essere la regione destinata allo smaltimento abusivo del ciclo industriale italiano e da tutti i poteri, legali e illegali, che tutelano questo ruolo. Ma crisi simili già si affacciano in altre regioni, dalla Sicilia all’Umbria, per forzare le decisioni della collettività e garantire i profitti contro la salute. In attesa che la scelta nucleare torni a minacciare il nostro futuro, è forse il tempo delle decisioni importanti.

 Alfonso De Vito