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Fuori dal recinto

by Tullio Carapella — last modified 2009-09-22 01:07

C’è una immagine che in questi giorni mi torna alla mente, abbastanza inverosimile da dover esser un sogno, un brutto sogno, di quelli che ti risvegliano con una sensazione di disagio, che non è paura, ma che forse è peggio. (continua...)

C’è una immagine che in questi giorni mi torna alla mente, abbastanza inverosimile da dover esser un sogno, un brutto sogno, di quelli che ti risvegliano con una sensazione di disagio, che non è paura, ma che forse è peggio. Un grande palazzo contiene gli uffici del Provveditorato scolastico (oggi li chiamano USP) di una grande città del nord. E’ un “normale” giorno di fine estate, ancora caldo, avanti all’ingresso del palazzaccio piccole tende da campeggio segnalano che c’è chi coraggiosamente contesta qualcosa, tra questi e le forze dell’ordine che, tranquille, sorvegliano l’ingresso, ci sono pesanti transenne in ferro. Più che una severa barriera sembrano messe lì solo come supporto per striscioni e cartelli, un gentile cadeau del ministero degli interni per i manifestanti. Nulla che possa creare inquietudine, non lì.
Tra il fuori e il dentro, dietro il cordone svogliato della polizia, l’esile diaframma delle porte in vetro, trasparenti, scorrevoli, automatiche, silenziose, gentili, si aprono al tuo passaggio, se qualcuno non ti ha fermato prima, ravvisando in te un pericolo.
Dentro, però, la scena cambia. Nel piccolo atrio si affollano le aspiranti collaboratrici scolastiche (loro si ostinano ancora a definirsi bidelle), guardano in direzione dell’elegante bancone in legno, di fronte, sembra la reception di un albergo tre stelle, nemmeno male… Sono un centinaio, 105 per l’esattezza - ho questa mania di contare sempre, anche nei sogni - hanno “spalmato” le loro convocazioni su 10 giorni, poi divise per due (quelle della mattina e quelle del pomeriggio), poi, dalla “reception”, leggeranno 10 nomi e un piccolo gruppo si staccherà dal resto, sparirà dietro il bancone, raggiungerà la stanza sotterranea dove, finalmente, scoprirà quali posti sono ancora disponibili, e dove.
Nessuna fretta. Il primo giorno di scuola ci saranno ancora centinaia di collaboratori/trici da “collocare”, nei corridoi delle scuole tante bidelle in meno, ma per chi dirige la giostra non pare un problema: prioritario non è il corretto avvio dell’anno scolastico, ma evitare pericolosi assembramenti di lavoratori arrabbiati, perché costretti a cambiare sede, perché il proprio posto è più lontano, o, peggio, perché un posto non c’è più.
Ma torno nell’atrio dove, molto lentamente, la piccola, disciplinata folla di bidelle si dirada e ho modo di guardare meglio intorno. Di fronte c’è il bancone, in alto, da una passerella, ogni tanto qualche impiegato passa, si ferma un po’, curioso, poi va… a destra e a sinistra salgono due piccole rampe di scale, oltre non puoi andare, i corridoi sono interdetti, in cima alle scale due impiegati con cartellino guardano severi chi sta in basso, sembrano tesi, chissà perché, forse è che stare 10 giorni lì su, per ore, a guardare in basso, non deve essere un bel mestiere. Siamo in una conca, in una piccola arena, osservati senza discrezione, non solo dai cartellinati… tra i lavoratori della scuola si aggirano due personaggi che stonano, sebbene “in borghese”, fanno poco per passare inosservati, uno dei due ha una grossa trasmittente, sembra assurdo che debba usarla per comunicare con un collega che è tre metri da lì, fuori dal palazzo, oltre le porte in vetro alle nostre spalle.
Un po’ mi sento una bestia da circo, ci manca solo che ci lancino un osso, o che ci chiedano di azzannarci tra di noi. Ad un certo punto entra anche un uomo in divisa, con giubbotto anti-proiettile, mano sulla mitraglietta portata elegantemente a spalla, passa in mezzo a noi, sale i gradini di sinistra, l’impiegato col cartellino non lo ferma, scompare dietro di lui. Indubbiamente deve essere solo un brutto sogno. Ci sono quasi solo donne preoccupate, ma tutt’altro che minacciose, certo qualcuna sottovoce sta dicendo qualcosa di brutto sul conto della ministra, ma con un linguaggio limpido, parole come rasoiate, nette, ma senza volgarità. E, forse, il discorso che prevale riguarda la morte di un presentatore, tanto una brava persona… ma allora perché trattarle come criminali pericolose? Perché una presenza così invadente e dura? Perché gli sguardi tesi? Perché portare una mitragliatrice tra capannelli di madri? Ma, soprattutto, perché tutto questo sembra normale?
Non è normale, mi dico, è un evento straordinario, se ci fosse un giornalista ci farebbe subito un articolo, penso. Ma i giornalisti ci sono, non sono nemmeno pochi.
Sono lì Fuori, c’è addirittura una troupe televisiva, credo sia “la 7”, credo per un reportage sulla lotta dei precari in presidio, o qualcosa del genere… tra giornalisti e contestatori ci sono 34 persone, anche loro non hanno fretta, ma a nessuno viene in mente di entrare… basterebbe fare un’aria da bidello per superare i controlli, come ho fatto io, non hanno mica un’aria difficile da fare, i bidelli… sono uguali a me… anzi: io sono uguale a loro. Ma forse ha ragione la stampa: lì dentro non c’è nessuna notizia che valga la pena di pubblicare; hanno ragione i “militanti” come me: lì dentro non c’è nessuna prospettiva rivoluzionaria da coltivare, ma, soprattutto, ha ragione la polizia e chi l’ha istruita: se c’è un pericolo, oggi, è in mezzo a quelle mamme che parlano di Mike Bongiorno, più ancora che nei nostri discorsi duri e puri.
L’anno nuovo, il primo anno della scuola Gelmini, comincia così.
Comincia con due verità parallele, una vera e una rappresentata e con una rappresentazione che diventa più vera della realtà stessa, perché è l’unica cosa che “va in onda”, alla luce del sole, mentre l’altra si consuma in stanze sotterranee e in locali presidiati militarmente. In fondo è un segno dei tempi e forse me ne sorprendo ancora perché sono troppo vecchio. Il nostro è il Paese dei tronisti e dei soggetti immagine, quelli che guadagnano per non dover far altro, perché altro non sanno fare, che apparire per un attimo in una discoteca. E forse non è nemmeno corretto dare tutti i meriti a Berlusconi, perché digeriamo format internazionali e perché ogni Paese ha la sua Paris Hilton. Noi siamo solo quello strano posto del mondo dove la fiction si è sostituita alla realtà al tal punto da eleggere, democraticamente e con largo margine di consensi, primo ministro il proprietario dell’intrattenimento. Noi siamo il Paese dove anche la “riforma” della scuola, come tutte le iniziative di governo, non viene conosciuta e non vale per ciò che è, ma per come viene raccontata. E allora, qualcuno pensa, è giusto prendere atto che la situazione questa è e cercare di “volgerla a proprio vantaggio”, o almeno utilizzarla in qualche modo. Se il pubblico pagante ci vuole proprio così, brutti sporchi e cattivi, chiusi in una riserva indiana, circondati da telecamere manco fossimo nella casa del grande fratello, bene, perché no? Perché non trarre profitto dal nuovo vizietto nazionale (il “vouyerismo” collettivo) e entrare anche noi nelle case degli italiani, proprio come Mike?
È una possibilità che merita un approfondimento. Certo mai nessuno la porrebbe nei termini tanto prosaici qui adoperati, ma nella mobilitazione dei precari di questi giorni si è vista determinazione e giusta rabbia, ma soprattutto s’è vista la spettacolarizzazione dello scontro, che, si dice in questi casi, “ha bucato lo schermo”. Qui è giusto che io sia chiaro, a scanso di equivoci: è stata ed è una mobilitazione generosa, utilissima, preziosa, perché ha provato a rompere il muro di silenzio dell’informazione sui tagli alle già misere risorse della scuola pubblica.
Probabilmente la nostra protesta va portata avanti anche in questi termini, ma io sono certo che non possa bastare. Male non sarebbe se, mentre si portano avanti le iniziative, si continuasse a discutere ed approfondire, riflettere sugli effetti che producono e su cosa sia possibile fare per renderle ancora più efficaci, per evitare di diventare vittime della nostra stessa rappresentazione.
Io sono convinto non giovi, ad esempio, la tendenza a gonfiare le cifre, a trasformare i resoconti delle iniziative in retorici e tronfi bollettini di guerra, o a scimmiottare il vizio di regime a tenere in considerazione solo una parte dei ”dati a disposizione” e ad interpretarli a seconda delle convenienze del momento. Non serve, anzi, è pericoloso scrivere che una piccola manifestazione di precari può da sola fermare l’approvazione del disegno di legge Aprea. Può essere destabilizzante per le nostre stesse menti, perché potremmo cominciare a crederci davvero, e può essere fuorviante per chi ci legge, perché seminiamo l’illusione che basti tanto poco per fermare un governo come questo, e le illusioni producono sempre cocentissime delusioni, dalle quali qualcuno potrebbe non riaversi mai.
Certo è utile avere riguardo per i problemi legati alla comunicazione, ma non possiamo illuderci di poter anche noi rimodellare le informazioni. L’informazione è un mondo che certo non governiamo noi e che, quando è costretta a focalizzare l’attenzione su qualcosa di scomodo, come in questi giorni sul problema di noi precari, ci espone sempre al pericolo di trasformare anche noi in un prodotto Endemol.
Voglio dire che se decidiamo di “metterci in scena”, dobbiamo sapere che è illusorio credere che vada in onda ciò che vogliamo noi e non ciò che vende meglio.  Possiamo cominciare col chiederci: perché ha più eco la foto in mutande di quattro colleghi che non lo sciopero della fame dei lavoratori di Palermo, principalmente “non docenti”, che pure ha messo in pericolo la loro stessa salute? E perché dei nostri messaggi, se mai traspare qualcosa dai servizi televisivi, è solo l’aspetto umano, personale o al massimo è il problema proprio di una singola categoria di lavoratori? La mia sensazione è che oggi sia diventato più difficile mettere in evidenza l’aspetto centrale della nostra protesta, che va ben oltre la sacrosanta difesa del posto di lavoro, che riguarda la difesa della scuola pubblica. Pare più difficile spiegare, in questo inizio d’anno, che l’attacco rivolto alle condizioni di vita di noi precari è parte di un progetto ancor più pericoloso, che “precarizza” la Scuola nel suo complesso, rende più difficile il compito educativo e didattico di chiunque vi operi, che sia di ruolo o meno e che, soprattutto rende più difficile per gli alunni l’accesso alle conoscenze e ad un sapere critico.
Da questo punto di vista non è retorico affermare che il movimento contro la “riforma Gelmini” deve essere un movimento di tutti ed è importante dare sostanza all’affermazione spiegando ovunque sia possibile, con tutti gli strumenti a disposizione, cosa realmente, oltre il vetro deformante della rappresentazione televisiva, la manovra governativa prevede. Magari, perché no, anche a partire dalla “questione precari”, dall’attualità più recente, dalla polpetta avvelenata dei contratti di solidarietà, dall’apparente assurdità di un governo che prima, per risparmiare, danneggia la Scuola e il futuro dei nostri figli, rendendo disoccupati migliaia di docenti e collaboratori e poi si dichiara pronto a pagare per intero i loro stipendi, a condizione che si rendano disponibili a tappar buchi e intanto se ne stiano a casa senza far niente!
Non abbandoniamo la sana abitudine a guardarci intorno, cerchiamo di capire la rassegnazione nei volti dei nostri colleghi, l’aria ammorbante che si respira nei nostri collegi docenti, dove ti guardi intorno e conti i morti, le sedie vacanti, e scopri molti più sguardi persi nel vuoto, per non vedere.
Possiamo provare a coinvolgerli di nuovo a partire da cose magari piccole, ma non per questo poco importanti. Sono tantissime le cose da fare: spiegare perché, ad esempio, è possibile oltre che necessario rifiutare cattedre orarie che superino il massimo previsto dal contratto nazionale, perché va sorvegliato il rispetto delle norme di sicurezza nelle nostre aule, perché è meglio chiedere che i moduli orari abbiano tutti 60 minuti, piuttosto che concedere ai presidi spazi di flessibilità che saranno usati contro i nostri colleghi privi di contratto.
E oggi c’è ancora un altro grande lavoro da fare: vanno riannodati i fili di un rapporto indispensabile tra un dentro e un fuori, tra le piazze calde, ma ancora non affollatissime, e i corridoi freddi dei nostri istituti. Va ripreso il filo di un discorso avviato con gli stessi nostri alunni, laddove possibile, e con i loro genitori. Bisogna tornare a spiegare che già quella di oggi non è “la migliore scuola possibile”, che non vogliamo diventi peggiore e costruire con tutti i soggetti interessati il nostro modello di scuola.
Non si tratta di abbandonare l’attività “di piazza”, i presidi, le occupazioni, o qualsivoglia azione spettacolare, ma di accompagnare queste alla ripresa dell’azione metodica e paziente di approfondimento nelle scuole e fuori e, si sarebbe detto un tempo, controinformazione.
Oggi va molto di moda la teoria dei due tempi: uno per l’approfondimento teorico e il lavoro paziente di raccolta, interpretazione e divulgazione delle notizie e un altro di azione pratica, lotta, magari dura, sicuramente spettacolare. Alcuni ne fanno anche una questione di ruoli distinti (ci sono quelli che fanno “il pensiero” e quelli che fanno “le azioni”), ma i più sembrano vederci anche una scansione cronologica. Il primo tipo di attività sarebbe necessario in un primo tempo, e secondo molti si sarebbe già esaurito lo scorso anno, la seconda pratica è l’unica risposta possibile per l’oggi. Va da sé che per chi vede una scissione dei due momenti non ci sia alcuni spazio di mediazione: o si sta di qua, o si sta di là. Diretta conseguenza di una visione manichea e non dialettica è che chi non sta dal mio stesso lato è un traditore.
E invece io non riesco a crederci, so che non  solo quelle bidelle che fanno uscire una alla volta da un recinto, ma gli stessi docenti, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno capito nulla di ciò che sta succedendo: i docenti di ruolo perché si illudono ancora di averla scampata e credono che la protesta sia fomentata da pericolosi e folli estremisti e i precari, che pure ne stanno saggiando gli effetti, non sempre o quasi mai hanno individuato la mano che muove la falce che sta tagliando le loro teste. Allora è chiaro: nella nostra immaginifica rappresentazione di eroici condottieri possiamo pensare il mondo a nostra immagine e somiglianza, fatto di avanguardie che sanno recitare a memoria l’articolo 64 della 133, le delibere del CNPI, le scansioni orarie dei nuovi istituti tecnici, spiegare che conseguenze avranno per i nostri alunni, le conseguenze reali, al di la degli slogan. Possiamo pensare che siano tutti preparati come noi (e chissà se lo siamo davvero…) e che il tempo della parola sia finito, che oggi è il tempo dei fatti, dell’azione. O possiamo cominciare ad aprire gli occhi, risvegliarci da questo brutto sogno, guardare gli steccati che rischiamo di costruire tra noi e il modo reale, i recinti dove stanno provando a chiudere le bidelle, le palle di vetro dove nuotano boccheggianti i nostri colleghi nelle noiosissime riunioni e saltare gli steccati, guardare all’esterno, metterci in marcia insieme e se nelle riprese televisive veniamo mossi, poco male.
 
Tullio Carapella 14/09/2009